Cresce la tensione nel Golfo: UKMTO e analisti avvertono l’industria marittima,uno scontro diretto su larga scala comporterebbe la chiusura dello Stretto di Hormuz
LONDRA– Le rotte del petrolio tornano a scricchiolare sotto il peso della geopolitica. Con un’allerta lanciata l’11 giugno dall’UK Maritime Trade Operations (UKMTO), il sistema di monitoraggio britannico lancia un segnale chiaro al mondo dello shipping: le acque del Golfo, dello Stretto di Hormuz e del Golfo di Oman stanno diventando nuovamente teatro di rischio.
Le cause? L’inasprirsi delle tensioni tra Stati Uniti e Iran sul fronte nucleare e le nuove minacce militari incrociate tra Teheran e Tel Aviv. Gli Stati Uniti, si apprende da fonti diplomatiche citate da Reuters, si dicono disposti a riaprire il tavolo negoziale, ma Washington ha anche ventilato la possibilità di interventi militari diretti nel caso i colloqui fallissero. Di contro, l’Iran ha dichiarato apertamente che, in caso di escalation, potrebbe colpire basi statunitensi nella regione.
Secondo la compagnia di sicurezza marittima britannica Ambrey, le unità battenti bandiera israeliana o riconducibili a interessi americani sono considerate ad alto rischio. Un eventuale sostegno esplicito di Washington a una nuova offensiva israeliana “amplificherebbe il pericolo per il naviglio statunitense e per le merci made in USA in transito”.
Le assicurazioni – riporta sempre Reuters – iniziano a segnalare premi in rialzo e coperture più selettive per le navi in transito. Alcuni operatori logistici hanno già predisposto piani alternativi di rotta via Capo di Buona Speranza, malgrado l’allungamento dei tempi e dei costi.
L’allerta del UKMTO – seppur senza entrare nei dettagli tecnici – richiama esplicitamente la comunità marittima a “mantenere la massima prudenza operativa” in quelle che sono arterie fondamentali del commercio globale, attraversate da oltre il 20% del traffico petrolifero mondiale. Secondo Jakob Larsen, responsabile sicurezza di BIMCO, uno scontro diretto su larga scala comporterebbe la chiusura dello Stretto di Hormuz, con conseguenze gravi sul piano commerciale ed energetico: “il prezzo del greggio – ha affermato – schizzerebbe immediatamente, e non per effetto della speculazione”.
Non si tratta di ipotesi scollegate dalla realtà: solo lo scorso anno, Iran e Israele si sono scambiati raid missilistici e droni, portando lo scontro su scala regionale e costringendo numerose compagnie a ritirare temporaneamente le loro navi dalle acque del Golfo.
L’UKMTO sottolinea anche il potenziale impatto psicologico e operativo sui marittimi: se la tensione dovesse ulteriormente crescere, si rischia non solo una fuga delle compagnie ma anche una crisi nella disponibilità degli equipaggi disposti a operare in zone ad alto rischio bellico.
Anche gli armatori italiani si trovano costretti a ricalibrare le rotte e a valutare nuove coperture assicurative, in un contesto che rischia di diventare sempre più volatile. Le compagnie che operano tra il Mediterraneo e i terminal asiatici – specie quelle con traffico petrolifero, GNL o container – si trovano ora davanti a scelte complesse: attraversare zone calde come Hormuz o optare per itinerari più lunghi, costosi ma relativamente sicuri.
I broker assicurativi marittimi già segnalano un’impennata nei premi di guerra per la navigazione nel Golfo Persico, mentre alcune mutue stanno rivedendo i criteri di accettazione. Il rischio non è solo economico: navi battenti bandiera italiana potrebbero trovarsi coinvolte indirettamente in scenari di ostilità, soprattutto laddove vi siano interconnessioni societarie o carichi riconducibili a fornitori occidentali.
In gioco non c’è soltanto il trasporto, ma anche la reputazione e l’integrità operativa degli operatori. In un mare sempre più agitato, la prudenza strategica torna a essere una virtù da marinaio.
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