L’analisi e le proposte di Pino Musolino per superare la criticità dell’overcapacity portuale
di Pino Musolino
LIVORNO – Da Pino Musolino, ex presidente dei Porti di Roma (Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta) e oggi amministratore delegato di Alilauro, abbiamo ricevuto questo contributo che pubblichiamo con piacere. Si parla “Dal gigantismo navale alla strategia: perché all’Italia serve un “bilancio” nazionale delle banchine.
Negli ultimi anni il sistema portuale italiano sta vivendo un paradosso: si pianificano e finanziano nuovi terminal container in un contesto in cui la capacità esistente non è ancora pienamente utilizzata e la domanda cresce in modo moderato. L’insieme dei progetti in corso o programmati lungo le coste italiane aggiunge circa 5 milioni di TEUs di capacità container a un sistema che oggi movimenta intorno a 11,7 milioni di TEUs l’anno, con una capacità installata stimata di 15–16 milioni di TEUs. Ai tassi di crescita attuali – nell’ordine del +2,6% per i container nel primo semestre 2025 – sarà necessario un orizzonte di circa trent’anni per saturare questa nuova capacità.
Questa dinamica non è solo il frutto di un fisiologico anticipo infrastrutturale sulla domanda, ma il sintomo di una pianificazione frammentata e miope, che anziché ottimizzare l’esistente tende a generare “cattedrali nel deserto” portuali: banchine nuove, costose, spesso prive di hinterland adeguato, destinate a funzionare ben al di sotto del loro potenziale. Il nodo di fondo è l’assenza di un vero “bilancio nazionale delle banchine” che orienti le scelte di investimento sulla base di dati, saturazione e scenari di traffico.

2.1. Cosa manca oggi
Gli strumenti di pianificazione oggi in uso – Piani Regolatori di Sistema portuale (PRdSP), Piani Operativi Triennali delle AdSp, Piano Strategico Nazionale della Portualità e della Logistica (PSNPL) – non si traducono in un inventario tecnico-economico aggiornato delle banchine italiane per tipologia di traffico. Esiste un’ampia base informativa (relazioni sulle Autorità portuali, statistiche ISTAT, rapporti SRM–Assoporti come Port Infographics) ma manca un censimento armonizzato a scala nazionale che risponda a tre domande essenziali:
Questo vuoto informativo non è neutrale: consente che decisioni d’investimento di grande scala – spesso cofinanziate da fondi Ue, Pnrr o altri programmi di coesione – siano prese su base prevalentemente locale e politica, più che su una valutazione comparata costi-benefici a livello di sistema Paese.
2.2. Origini politiche della “non misurazione”
Tre fattori spiegano perché questo bilancio non è mai stato costruito:
Il sistema italiano conta 16 Autorità di Sistema portuale, spesso in competizione fra loro per attrarre traffici e, soprattutto, risorse finanziarie straordinarie. In mancanza di una regia centrale forte, ma prima di tutto informata e che basa le decisioni su analisi quali-quantitative forti, ogni AdSp tende a sviluppare progetti “bandiera” – nuovi terminal, ampliamenti, piattaforme logistiche – per posizionarsi sul segmento container, anche quando esistono altrove capacità non saturate o infrastrutture analoghe in fase di ammodernamento.
I PRdSP e i Piani Operativi hanno un orizzonte limitato e sono quasi sempre costruiti con una prospettiva di scala portuale o, al massimo, di sistema regionale. I benchmark nazionali sono deboli; le analisi ex ante delle concessioni – pur rafforzate dalle Analisi di Mercato (ASM) promosse dall’Autorità di Regolazione dei Trasporti – restano parziali e non integrate in un quadro di capacity planning del MIT.
La disponibilità di risorse straordinarie per porti, decarbonizzazione e logistica spinge a “fare opere” nel ciclo di programmazione, anche in assenza di una chiara domanda sottostante. Un bilancio nazionale delle banchine rischierebbe di evidenziare overcapacity e sottoutilizzi, mettendo in discussione progetti localmente percepiti come strategici.
Il risultato è un sistema che, a fronte di decine di porti di scala nazionale e internazionale e oltre 500 km di banchine, vede soltanto 20–25 scali giocare un ruolo di qualche rilievo nel traffico container, mentre numerose strutture restano marginali o sottoutilizzate.

3.1. Dati di contesto
Secondo gli ultimi aggiornamenti SRM–Assoporti (Port Infographics 2025), nel primo semestre 2025 i porti italiani hanno movimentato quasi 250 milioni di tonnellate di merci, con una crescita complessiva dell’1,2% rispetto al 2024. All’interno di questo quadro:
Il segmento container mostra dunque una crescita moderata, in un contesto dove altri settori (rinfuse, alcune tipologie di short sea) stanno trainando in misura maggiore l’espansione dei volumi.
Parallelamente, diversi studi e il dibattito tecnico indicano per l’Italia una capacità container complessiva – tra gateway e transhipment – nell’ordine di 15–16 milioni di TEUs l’anno, a fronte di traffici complessivi di circa 11,7 milioni di TEUs, tristemente fermi su queste cifre da oltre un decennio. La differenza tra capacità installata e volumi effettivi individua già oggi un margine di espansione significativo, senza nuovi terminal.
3.2. L’ondata di nuovi progetti
Su questo scenario si innesta un portafoglio di nuovi interventi che, se realizzati per intero, porterebbe circa 5 milioni di TEUs aggiuntivi di capacità container:
Secondo le stime presentate da SRM, mantenendo i ritmi di crescita attuali dei traffici container, questa ulteriore capacità verrebbe saturata in un arco temporale di circa trent’anni, basandosi su scenari comunque ottimisti.
3.3. Saturazione, metriche e casi emblematici
L’assenza di un “bilancio” nazionale delle banchine si riflette nella difficoltà di adottare metriche condivise di saturazione. Alcuni parametri di riferimento internazionali possono però essere richiamati:
Esempi concreti di sottoutilizzo rafforzano il quadro: il molo Polisettoriale di Taranto, dopo alterne vicende, è stato richiamato come caso di banchina sostanzialmente vuota, mentre diversi porti del Sud operano su livelli di utilizzo ben inferiori rispetto agli standard “core” (70–80%).
In sintesi, mentre il sistema nel suo complesso cresce poco più dell’1% in tonnellaggio e del 2,6% nel container, si continua ad espandere capacità come se ci si preparasse a un raddoppio della domanda nel breve, con il rischio concreto di creare overcapacity strutturale.

La geografia economica italiana è fortemente sbilanciata. I porti del Nord (Genova, La Spezia, Trieste, Venezia) servono un hinterland manifatturiero ad alta intensità di export – Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna – che genera flussi containerizzati consistenti. Qui la capacità container si integra con distretti industriali automotive, meccanica, chimica, agroalimentare, creando volumi gateway stabili e ad alto valore aggiunto.
Molti nuovi progetti al Sud – Napoli, Augusta, Termini Imerese, Milazzo – insistono invece su contesti dove la base produttiva è più debole e frammentata, con una quota di export containerizzato significativamente inferiore rispetto al Nord. In questi scali la tentazione è spesso quella di puntare su:
Senza un rafforzamento dell’hinterland industriale e logistico, nuovi terminal container rischiano di competere fra loro per un bacino di carichi limitato.
4.2. Intermodalità insufficiente e ultimo miglio
Un secondo nodo riguarda la qualità dei collegamenti terrestri:
Dove l’intermodalità è forte (Trieste, alcuni terminal liguri e adriatici con buoni corridoi verso Centro Europa), la capacità container tende ad essere meglio utilizzata. Al contrario, nuovi terminal in aree con collegamenti ferroviari e stradali deboli rischiano di diventare grandi “parcheggi” di container, con flussi che vengono poi dirottati verso porti nordeuropei meglio connessi.
4.3. Attrattività complessiva: tempi, costi e servizi
Oltre all’infrastruttura fisica, gli operatori logistici e i caricatori valutano:
In un contesto di elevata volatilità dei noli e di rotte in evoluzione per effetto di crisi come Suez/Mar Rosso, gli armatori privilegiano scali che offrono certezze sui tempi e sull’affidabilità complessiva del servizio. La sola disponibilità di banchine aggiuntive non basta a rendere un porto competitivo.

5.1. Spreco di risorse pubbliche e ROI negativo
L’Italia ha mobilitato, tra Pnrr, programmi nazionali e fondi europei, ingenti risorse per porti, logistica e transizione energetica: si parla di miliardi di euro destinati a infrastrutture portuali e cold ironing, corridoi TEN‑T, digitalizzazione.
Quando queste risorse vengono allocate su nuovi terminal container in contesti già caratterizzati da capacità eccedente, si rischia:
L’overcapacity portuale, in questo senso, diventa una forma di spreco fiscale strutturale.
5.2. Distorsioni concorrenziali e competizione “al ribasso”
Porti deboli, spesso concentrati nel Mezzogiorno, finiscono per competere tra loro su tariffe e condizioni commerciali, cannibalizzando traffici in un gioco a somma zero anziché aumentare la quota italiana sui traffici mediterranei ed europei. Nel frattempo, scali come Tanger Med, Pireo, Valencia e Port Said consolidano le proprie posizioni grazie a pianificazioni centralizzate, forti investimenti integrati e regole chiare per operatori e concessioni.
Questa dinamica rischia di accentuare il divario competitivo dell’Italia nel bacino MED, con una parte crescente di flussi che bypassa il Paese per affidarsi a hub più efficienti.
5.3. Impatti ambientali e costi fissi
Banchine inutilizzate o sottoutilizzate generano comunque costi fissi: manutenzione strutturale, dragaggi periodici, adempimenti di sicurezza e ambientali. Opere che avrebbero potuto essere ridimensionate o integrate in progetti di “porti verdi” – ad esempio con cold ironing, comunità energetiche portuali, infrastrutture per carburanti alternativi – finiscono per gravare sulla finanza pubblica senza determinare benefici ambientali proporzionati.
In un contesto in cui le normative europee spingono verso porti decarbonizzati, efficienti e integrati nella transizione energetica, l’overcapacity infrastrutturale rischia di rallentare la capacità di concentrare risorse su interventi davvero strategici.

Per superare la logica del “fai da te” locale e allinearsi alle raccomandazioni europee (TEN‑T, Green Deal, misure sulla qualità delle reti TEN‑T e distribuzione dei carburanti alternativi), è necessario un salto di qualità nella governance portuale nazionale e in generale delle infrastrutture critiche di connettività. Di seguito alcune leve operative.
6.1. Istituire un bilancio nazionale delle banchine
Misura 1 – Censimento obbligatorio biennale
6.2. Condizionalità degli investimenti pubblici
Misura 2 – Priorità all’upgrade, non alla mera espansione
6.3. Riforma della governance: macro-sistemi portuali
Misura 3 – Razionalizzazione delle AdSp
6.4. Spostare il focus da TEUs a valore aggiunto
Misura 4 – Nuovi KPI per la valutazione dei progetti
6.5. Integrazione con le politiche europee e di sicurezza
Misura 5 – Allineare pianificazione portuale, transizione energetica e security
L’allarme lanciato da SRM sull’eccesso di capacità in arrivo nei terminal container italiani mette a nudo un problema di sistema: il rischio di replicare a terra l’errore del gigantismo navale, costruendo infrastrutture sovradimensionate rispetto alla domanda effettiva. Senza un bilancio nazionale delle banchine e una strategia che integri dati, governance e fattori condizionanti, i fondi pubblici rischiano di finanziare clientelismo logistico più che crescita competitiva.
Un cambio di paradigma – dalla moltiplicazione di terminal “elettorali” a un sistema portuale data‑driven, integrato e orientato al valore aggiunto – è non solo possibile, ma coerente con le traiettorie europee su TEN‑T, Green Deal e sicurezza delle supply chain. Se il MIT non assumerà questo ruolo di regia, è plausibile che siano l’ART o la Commissione europea, attraverso la leva regolatoria e finanziaria, a spingere verso un riequilibrio più razionale del capacity/ planning portuale italiano.
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