LIVORNO – E’ tutt’altro che semplice compendiare in poche schegge di parole la personalità e la storia di un giornalista di una razza quasi estinta come Antonio Fulvi. Carattere certo non facile, mai (o quasi) si privava del piacere di esternare ciò che pensava, anche ben sapendo che si sarebbe fatto qualche nemico, anzi, conoscendolo, era proprio questa la ragione che molto spesso lo induceva a travalicare certi limiti convenzionali del così detto quieto vivere.
Certo è che in un modo o nell’altro, tutti abbiamo attinto qualcosa da lui, vuoi riguardo allo stile asciutto e tagliente di presentare anche le situazioni più delicate, vuoi nel modo spesso ironicamente provocatorio di affrontare problemi che rischiavano la stagnazione e, addirittura, un comodo oblio.
Insomma, nel variopinto serraglio della stampa livornese, Antonio era senza dubbio un vero maestro e chi scrive – chi mi conosce lo sa bene – lo ha sempre sostenuto, anche quando, come può capitare, i rapporti personali sono stati a livello pessimo. La domanda che ci siamo sempre posti è: “con le sue qualità professionali così spiccatamente elevate, perché è sempre rimasto a Livorno?”
Chi lo ha conosciuto conosce anche la risposta. Antonio ha sempre amato il buon vivere e, con ogni probabilità, non è mai riuscito a convincersi che altrove sarebbe potuto vivere meglio che nella sua Livorno, in mezzo ai suoi amici, più o meno veri, ma a cui era sempre rimasto profondamente attaccato.
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