Fatti e Potere: il Bass Strait diventa un caso di studio su offshore wind, cavi sottomarini e nuovi equilibri dello shipping australiano
LIVORNO – Quando si analizzano gli stretti marittimi, il dibattito si concentra quasi sempre sui grandi corridoi del commercio internazionale. Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca, Suez e Panama sono diventati il riferimento naturale per valutare i rischi che gravano sul trasporto marittimo globale. Esiste però una seconda categoria di spazi marittimi il cui valore non dipende dal numero di navi in transito, bensì dalla concentrazione di infrastrutture energetiche, industriali e digitali presenti sul fondale e lungo le coste. Il Bass Strait appartiene a questa categoria.
Lo stretto che separa la Tasmania dallo Stato di Victoria movimenta prevalentemente traffici nazionali e non rappresenta un choke point per il commercio mondiale. Tuttavia, negli ultimi anni il suo peso economico è cresciuto per ragioni differenti: è il punto di incontro tra la progressiva trasformazione del sistema energetico australiano, la riconversione delle attività offshore, l’espansione delle reti elettriche sottomarine e la nascita di una filiera industriale legata all’eolico marino.
In altri termini, il Bass Strait sta assumendo il ruolo di infrastruttura economica multidimensionale.
Per oltre mezzo secolo il valore dello stretto è stato determinato principalmente dagli idrocarburi. I grandi giacimenti del Gippsland Basin hanno garantito una quota rilevante della produzione australiana di petrolio e gas naturale, alimentando i consumi industriali e domestici della costa orientale. Oggi, con il progressivo esaurimento dei campi storici e la ridefinizione della politica energetica nazionale, la funzione dello stretto sta cambiando. Non si tratta di una semplice sostituzione tra combustibili fossili e fonti rinnovabili.
Sta cambiando la natura stessa degli investimenti che interessano l’area: diminuisce il peso relativo delle piattaforme dedicate all’estrazione e aumenta quello delle infrastrutture necessarie alla trasmissione dell’energia, alla gestione dei dati e al supporto logistico delle nuove installazioni offshore, questo passaggio modifica anche il ruolo dello shipping.
L’attività marittima non ruota più esclusivamente attorno al rifornimento delle piattaforme petrolifere, ma comprende una domanda crescente di navi posacavi, unità specializzate nella posa di fondazioni, mezzi per la manutenzione degli impianti e servizi portuali dedicati all’assemblaggio delle componenti industriali.
Per comprendere l’evoluzione del Bass Strait occorre quindi osservare meno il traffico commerciale e più la distribuzione degli investimenti lungo l’intera filiera marittima.
Il Gippsland Basin rappresenta uno dei principali distretti energetici australiani sin dagli anni Sessanta. La scoperta dei grandi giacimenti offshore trasformò rapidamente il Bass Strait nella principale area nazionale per la produzione di petrolio e, successivamente, di gas naturale destinato soprattutto agli Stati di Victoria, New South Wales e Tasmania.
Per decenni l’economia marittima dello stretto è stata costruita attorno a un sistema relativamente stabile: piattaforme offshore, condotte sottomarine, terminal costieri, basi logistiche e un flusso continuo di navi di supporto all’industria energetica.
Oggi questo modello è entrato in una fase di profonda trasformazione.
La maturità dei principali giacimenti impone un aumento delle attività di manutenzione e, soprattutto, apre il tema del decommissioning delle infrastrutture offshore. La rimozione di piattaforme, condotte e impianti rappresenta infatti uno dei mercati più rilevanti che interesseranno il settore offshore australiano nel prossimo decennio.
Parallelamente, il governo federale e quello dello Stato di Victoria stanno accelerando lo sviluppo di una nuova economia energetica fondata sull’elettrificazione e sull’offshore wind.
L’area del Gippsland è stata individuata come una delle principali zone australiane destinate alla realizzazione di impianti eolici marini. Le licenze di fattibilità già assegnate interessano un’area dichiarata che può arrivare fino a 15.000 chilometri quadrati, con un potenziale produttivo stimato in circa 25 GW. Le previsioni governative indicano inoltre migliaia di posti di lavoro nella fase di costruzione e una significativa occupazione stabile durante l’esercizio degli impianti.
L’offshore wind non sostituisce semplicemente le piattaforme petrolifere, ma genera una domanda completamente diversa di servizi marittimi. Le installazioni richiedono infatti porti con ampie superfici operative, capacità di assemblaggio industriale, banchine rinforzate, mezzi heavy-lift, navi per il trasporto delle torri e delle pale, unità per la posa delle fondazioni e una rete permanente di manutenzione.
In questo contesto lo shipping diventa parte integrante della catena del valore dell’energia e non soltanto uno strumento di trasporto.
Il progetto Star of the South, previsto al largo della costa del Gippsland nel Bass Strait, rappresenta il caso più avanzato di questa trasformazione. L’iniziativa, che punta a sviluppare fino a 2,2 GW di capacità installata, ha già individuato i porti destinati a supportare costruzione e manutenzione dell’impianto, confermando come l’impatto economico dell’eolico offshore si estenda ben oltre il parco eolico stesso e coinvolga logistica, cantieristica e servizi portuali. Nel 2026 il progetto è inoltre entrato in una fase cruciale con la pubblicazione della documentazione ambientale per la valutazione pubblica.
Se nel Novecento il valore economico del Bass Strait era misurato prevalentemente in barili di petrolio e metri cubi di gas, oggi una quota crescente degli investimenti riguarda infrastrutture che non producono energia, ma la trasportano. È una distinzione che modifica profondamente il ruolo dello stretto nell’economia australiana.
Il progetto che sintetizza meglio questa evoluzione è il Marinus Link, un’interconnessione elettrica ad alta tensione in corrente continua (HVDC) destinata a collegare la Tasmania con lo Stato di Victoria. L’opera prevede due cavi sottomarini indipendenti da circa 750 MW ciascuno, per una capacità complessiva di 1,5 GW, oltre alle relative stazioni di conversione e alle infrastrutture terrestri di collegamento. Nel complesso, il tracciato supera i 340 chilometri, dei quali circa 255 sono posati sul fondale del Bass Strait.
L’obiettivo non è soltanto aumentare la capacità di trasmissione elettrica tra le due regioni, ma rendere più flessibile il National Electricity Market (NEM) australiano, consentendo una maggiore integrazione tra la produzione idroelettrica della Tasmania e quella eolica e solare della terraferma. La funzione economica del Bass Strait cambia quindi natura: da area di estrazione energetica a piattaforma di connessione tra differenti sistemi produttivi.
Per il settore marittimo questo significa un incremento della domanda di attività altamente specializzate. La posa di un collegamento HVDC richiede rilievi batimetrici, campagne geofisiche, progettazione dei corridoi di posa, dragaggi localizzati, protezione meccanica dei cavi e operazioni eseguite da navi dedicate, dotate di sistemi di posizionamento dinamico e di attrezzature per la movimentazione di componenti ad alta tecnologia.
A differenza delle infrastrutture portuali tradizionali, il valore di questi investimenti non si misura soltanto durante la fase costruttiva. La manutenzione dei cavi, il monitoraggio continuo delle condizioni del fondale e la capacità di intervenire rapidamente in caso di guasto generano una domanda permanente di servizi marittimi ad elevato contenuto tecnico.
Il Bass Strait diventa quindi un’infrastruttura lineare distribuita sul mare, nella quale la continuità operativa assume un’importanza economica paragonabile a quella di una rete ferroviaria o di un gasdotto terrestre.
Questo aspetto introduce un secondo elemento di crescente rilevanza: la sicurezza delle infrastrutture sottomarine.
Negli ultimi anni la protezione dei fondali è entrata stabilmente nell’agenda strategica delle principali economie avanzate. Gli episodi verificatisi nel Mar Baltico, le tensioni nell’Indo-Pacifico e l’aumento dell’attenzione verso i cavi di telecomunicazione hanno dimostrato come le infrastrutture sommerse rappresentino un elemento vulnerabile dei sistemi economici contemporanei. Non si tratta esclusivamente del rischio di sabotaggio, ma anche di danneggiamenti accidentali provocati da ancore, attività di pesca, fenomeni geologici o collisioni con opere esistenti.
Anche il governo australiano ha progressivamente rafforzato l’attenzione verso la resilienza delle infrastrutture critiche offshore, riconoscendo che la sicurezza energetica dipende sempre più dalla protezione fisica delle reti di trasmissione e delle connessioni digitali. In quest’ottica il Bass Strait assume una funzione che supera il tradizionale concetto di via marittima: diventa una componente essenziale dell’architettura energetica nazionale.
L’evoluzione interessa anche il comparto assicurativo.
La concentrazione di asset ad alto valore economico in uno spazio relativamente limitato comporta una revisione dei modelli di valutazione del rischio. Non sono più soltanto le condizioni meteomarine o la sicurezza della navigazione a influenzare premi e coperture, ma anche l’esposizione delle infrastrutture lineari, la ridondanza delle reti e la capacità di ripristinare rapidamente la funzionalità dei collegamenti.
Questa dinamica sta producendo effetti anche sul mercato dei servizi offshore.
Operatori specializzati nella posa di cavi, società di ingegneria marina, imprese di ispezione subacquea, aziende attive nella robotica e nei veicoli autonomi (ROV e AUV) trovano nel Bass Strait un mercato in espansione, sostenuto da investimenti pubblici e privati destinati a protrarsi per diversi anni.
La stessa digitalizzazione delle infrastrutture energetiche amplia il numero degli operatori coinvolti. Accanto alle tradizionali imprese dell’oil & gas compaiono infatti società di telecomunicazioni, sviluppatori di reti intelligenti, produttori di sistemi di monitoraggio remoto e aziende specializzate nella gestione dei dati provenienti dalle installazioni offshore, dal punto di vista economico emerge quindi un cambiamento strutturale.
Se la stagione dell’estrazione petrolifera aveva costruito un ecosistema industriale relativamente omogeneo, la nuova fase è caratterizzata dalla convergenza tra energia, digitale, ingegneria navale, automazione e servizi ad alta intensità tecnologica. Il mare non rappresenta più soltanto il luogo in cui si estraggono risorse naturali, ma diventa la piattaforma fisica sulla quale si sviluppano reti energetiche e infrastrutture strategiche.
Per lo shipping questa evoluzione implica una progressiva diversificazione delle attività. Alle tradizionali operazioni di supporto offshore si affiancano nuove opportunità legate alla logistica industriale, alla manutenzione programmata, ai servizi di ispezione e al trasporto di componenti di grandi dimensioni destinati agli impianti energetici.
È un mercato meno esposto alla volatilità dei prezzi delle materie prime e maggiormente influenzato dalla continuità degli investimenti infrastrutturali e dalle politiche industriali nazionali.
L’evoluzione del Bass Strait non può essere letta esclusivamente attraverso i grandi progetti energetici. Il cambiamento più rilevante riguarda infatti la struttura della domanda industriale che si sta formando lungo le due sponde dello stretto e che coinvolge porti, operatori logistici, cantieristica e servizi marittimi.
La realizzazione degli impianti eolici offshore richiede una capacità portuale molto diversa da quella sviluppata durante la stagione dell’oil & gas. Le turbine oggi installate superano frequentemente i 15 MW di potenza unitaria, con torri, pale e fondazioni che impongono aree di stoccaggio di grandi dimensioni, banchine rinforzate, fondali adeguati e mezzi di sollevamento ad altissima capacità. Per questa ragione il dibattito australiano non riguarda soltanto la produzione di energia, ma anche l’individuazione dei porti destinati a diventare basi logistiche permanenti per la costruzione e la manutenzione degli impianti.
Nel Victoria il Port of Hastings è indicato come uno degli asset più idonei a sostenere lo sviluppo dell’offshore wind grazie agli ampi spazi retroportuali e alle caratteristiche nautiche dell’area. Parallelamente, anche i porti della Tasmania stanno valutando investimenti destinati ad attrarre attività collegate alla manutenzione degli impianti e alla gestione della futura flotta di servizio. L’effetto economico non si limita quindi alla produzione elettrica, ma coinvolge l’intera catena industriale marittima: terminalisti, imprese di costruzione, operatori logistici, società di ingegneria, cantieri navali e fornitori di servizi tecnici.
Questa trasformazione modifica anche la composizione della flotta impiegata nel Bass Strait.
Accanto ai tradizionali traghetti Ro-Ro e alle unità dedicate al supporto delle piattaforme offshore, cresce il fabbisogno di navi specializzate per il trasporto di componenti eccezionali, unità per l’installazione delle turbine, mezzi per la posa dei cavi elettrici, vessel per le campagne geofisiche e navi destinate alle attività di ispezione e manutenzione. Si tratta di un segmento caratterizzato da elevata intensità di capitale e da una disponibilità limitata di tonnellaggio a livello mondiale, fattore che rende la pianificazione degli investimenti particolarmente rilevante.
Per l’industria australiana questo scenario rappresenta anche una sfida in termini di competenze. Lo sviluppo dell’offshore wind e delle infrastrutture energetiche sottomarine richiede personale specializzato nella gestione di operazioni marittime complesse, tecnici per la manutenzione degli impianti, ingegneri navali, operatori ROV e professionisti della sicurezza offshore. Il mare diventa così anche un mercato del lavoro ad alta qualificazione, con effetti che si estendono ben oltre il settore energetico.
Il Bass Strait continua inoltre a svolgere una funzione essenziale per il cabotaggio australiano. I collegamenti Ro-Ro tra Victoria e Tasmania costituiscono un’infrastruttura logistica indispensabile per la movimentazione di merci, prodotti agricoli e componenti industriali destinati all’isola. A differenza delle principali rotte internazionali, qui la resilienza del sistema dipende soprattutto dall’affidabilità dei servizi e dalla continuità operativa piuttosto che dal volume assoluto dei traffici. Questo rende ancora più evidente come il valore economico dello stretto sia determinato dall’integrazione di funzioni differenti: trasporto marittimo, energia, infrastrutture digitali e reti elettriche.
L’esperienza australiana offre anche alcuni spunti di riflessione per il contesto europeo.
Nel Mediterraneo l’attenzione è spesso concentrata sulla sicurezza delle grandi rotte commerciali e sui rischi geopolitici che interessano gli stretti internazionali. Tuttavia, la progressiva elettrificazione dei sistemi energetici, lo sviluppo dell’eolico offshore e la realizzazione di nuove interconnessioni stanno attribuendo crescente importanza a spazi marittimi nei quali il traffico navale non rappresenta necessariamente il principale fattore economico.
Progetti come il Tyrrhenian Link, l’interconnessione ELMED tra Italia e Tunisia o i numerosi collegamenti sottomarini sviluppati nel Mare del Nord mostrano una tendenza analoga: il valore strategico del mare deriva sempre più dalla presenza di infrastrutture permanenti piuttosto che dalla semplice intensità della navigazione.
Per il settore dello shipping questo comporta un ampliamento del concetto stesso di economia marittima.
La competitività non dipenderà esclusivamente dalla capacità di movimentare merci, ma anche dall’offerta di servizi destinati alla costruzione, gestione e protezione delle infrastrutture offshore. Porti, armatori e imprese della filiera saranno chiamati a operare in un mercato nel quale logistica, energia e tecnologia convergono in modo sempre più stretto.
Il Bass Strait rappresenta un esempio significativo di questa trasformazione. Pur rimanendo uno spazio marittimo prevalentemente nazionale, concentra alcune delle principali dinamiche che stanno ridefinendo il rapporto tra mare ed economia: la transizione dai giacimenti maturi alle energie rinnovabili, la crescita delle reti elettriche sottomarine, l’aumento della domanda di servizi offshore specializzati e la necessità di proteggere infrastrutture critiche il cui valore supera ormai quello delle sole risorse naturali presenti nel sottosuolo.
Più che un caso isolato, il Bass Strait evidenzia una tendenza destinata a interessare un numero crescente di aree marittime. L’infrastruttura economica del mare si sta progressivamente spostando dalla gestione dei flussi commerciali alla gestione delle reti energetiche, digitali e industriali. Per lo shipping ciò significa confrontarsi con un mercato nel quale la capacità di operare lungo l’intero ciclo di vita delle infrastrutture offshore — dalla costruzione alla manutenzione, fino al decommissioning — diventa un elemento competitivo tanto quanto l’efficienza del trasporto marittimo tradizionale.
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