Belt and Road Initiative: lo stato attuale dopo il mancato rinnovo italiano

Riccardo Fuochi: “La BRI funziona quando i Paesi partner si muovono con una strategia chiara”

MILANO – Pochi giorni fa il Financial Times ha reso noti alcuni dati secondo i quali i primi sei mesi dell’anno hanno totalizzato una somma di investimenti relativi alla Belt and Road Initiative superiore all’intero 2024, circa 124 miliardi di dollari.
Ne avevamo parlato con Paolo Federici, e oggi ci arriva anche un commento di Riccardo Fuochi, presidente del Propeller Club–Port of Milan ed esperto di economia globale e logistica.Fuochi tensioni

“Nel 2019 -ci scrive- l’Italia firmò con la Cina un Memorandum d’intesa sulla Belt and Road Initiative (BRI), diventando il primo Paese del G7 a compiere questo passo. All’epoca la scelta fu presentata come una grande opportunità: attrarre investimenti, rilanciare porti strategici come Genova e Trieste e aumentare l’export verso un mercato in crescita.

A distanza di quattro anni, però, l’Italia ha scelto di non rinnovare l’accordo. La motivazione ufficiale parla di allineamento alle politiche europee e di una necessità di “de‑risking” nei confronti della Cina. Ma c’è un dato di fatto: i risultati dell’adesione sono stati scarsi soprattutto per responsabilità italiana.

L’Italia, pur avendo firmato un Memorandum unico nel suo genere tra i Paesi occidentali, non ha mai partecipato in modo attivo all’iniziativa. Non sono stati presentati progetti rilevanti, non sono state avanzate richieste concrete di investimenti o di contropartite. Le strutture amministrative e politiche che avrebbero dovuto alimentare l’accordo sono rimaste passive, limitandosi a dichiarazioni d’intenti. Così, un’opportunità potenzialmente strategica è rimasta solo sulla carta.

Mentre l’Italia si è sfilata, la BRI ha continuato a produrre effetti altrove.

  • In Asia e Sud‑Est asiatico, corridoi ferroviari come la Cina–Laos e i treni sino‑europei hanno ridotto tempi e costi della logistica; porti come il Pireo in Grecia hanno beneficiato di investimenti diretti cinesi.
  • In Africa, infrastrutture come la ferrovia Etiopia–Gibuti e centrali elettriche hanno migliorato la connettività, pur con problemi di sostenibilità finanziaria.
  • In Medio Oriente, porti e hub logistici negli Emirati e in Arabia Saudita rafforzano l’interscambio.
  • In America Latina, progetti su porti, ferrovie e risorse naturali hanno creato nuove rotte commerciali.

Questi esempi mostrano che la BRI funziona quando i Paesi partner si muovono con una strategia chiara, negoziando progetti e condizioni vantaggiose.

Oggi Pechino, dopo la fase iniziale di espansione, concentra la BRI su progetti più selettivi, sostenibili e tecnologicamente avanzati. I Paesi che sanno proporre iniziative concrete continuano a ottenere finanziamenti e infrastrutture di rilievo.

La decisione italiana di non rinnovare l’accordo potrebbe apparire prudente sul piano politico, ma evidenzia anche una mancanza di visione strategica. Aderire a un’iniziativa globale senza sfruttarla attivamente significa rinunciare in anticipo a possibili benefici.

Mentre altri Paesi trasformano la Belt and Road in opportunità tangibili, l’Italia si è limitata a firmare, salvo poi lamentare l’assenza di risultati. Il mancato rinnovo segna quindi non solo una scelta geopolitica, chiaramente dettata dagli USA,  ma anche la conferma di un’occasione mancata.

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Tags: Economia, Logistica, Trasporti

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