Questa settimana Fatti e Potere analizza Ceuta: migrazioni, geopolitica e le sfide all’autonomia strategica europea
LIVORNO – Settantaduemila persone entrate in pochi giorni in una città di circa 84 mila abitanti. Almeno 75 morti accertati. Migliaia di uomini, donne e minori ancora bloccati tra centri di accoglienza saturi, strade e strutture improvvisate. Sono questi i numeri della crisi di Ceuta, l’exclave spagnola sulla costa nordafricana che costituisce, insieme a Melilla, l’unico confine terrestre tra l’Unione europea e l’Africa. Secondo Madrid, circa 70 mila degli irregolari entrati dall’inizio dell’emergenza sarebbero già rientrati in Marocco. La rapidità dei ritorni ha consentito al governo spagnolo di contenere la pressione immediata, ma non ha risolto la questione politica aperta dall’episodio.
Ridurre quanto accaduto a un improvviso movimento migratorio significherebbe leggere soltanto l’effetto finale di una crisi più complessa. La pressione su Ceuta coinvolge contemporaneamente i rapporti tra Spagna e Marocco, la gestione europea delle frontiere, la posizione strategica dello Stretto di Gibilterra, la competizione tra potenze nel Mediterraneo occidentale e la capacità dell’Unione di reagire in modo unitario quando una vulnerabilità nazionale viene trasformata in un problema continentale.
Non esistono, allo stato attuale, elementi sufficienti per sostenere che Stati Uniti, Russia o altri attori abbiano organizzato direttamente l’ingresso di massa. Sarebbe una conclusione non dimostrata. Esiste però un dato politico più rilevante e meno sensazionale: molti attori esterni traggono vantaggio da un’Europa divisa, incapace di elaborare una politica comune sulle migrazioni, sulla difesa e sulle proprie frontiere meridionali. Non è necessario coordinare una crisi per utilizzarne gli effetti. È sufficiente lasciare che le contraddizioni europee producano instabilità, tensioni diplomatiche e risposte nazionali incompatibili tra loro.
La riunione straordinaria dei ministri dell’Interno dell’Ue ha riconosciuto la rapidità della risposta spagnola e ha escluso che lo spazio Schengen sia stato realmente minacciato. Ceuta, infatti, è sottoposta a un regime specifico: entrare nell’exclave non consente automaticamente di accedere al territorio continentale europeo. Madrid ha quindi chiesto all’Italia di revocare i controlli aggiuntivi introdotti sui collegamenti con la Spagna, giudicandoli sproporzionati. Roma ha definito la misura cautelare e organizzativa, mentre la Commissione europea ha evitato di censurarla apertamente.
La prima conseguenza politica della crisi non è stata dunque una rottura tra Europa e Marocco, ma uno scontro tra due Stati membri dell’Unione. È questo il punto da cui partire.
Il termine “arma migratoria” è spesso utilizzato con eccessiva facilità e comporta un rischio evidente: trasformare persone vulnerabili in strumenti linguistici della competizione tra Stati. Migranti e richiedenti asilo non sono armi. Sono individui che agiscono sulla base di condizioni economiche, aspettative, reti familiari, informazioni vere o false e decisioni personali. Possono tuttavia essere utilizzati da governi, apparati o gruppi organizzati come leva di pressione politica.
La distinzione non è formale. Consente di riconoscere la responsabilità degli attori istituzionali senza cancellare quella umana dei migranti. Nel caso di Ceuta, le autorità spagnole e diverse ricostruzioni giornalistiche hanno segnalato la diffusione sui social network di notizie false o distorte sull’apertura della frontiera e sulla possibilità di rimanere nel territorio spagnolo. La recente pronuncia del Tribunal Supremo, relativa ai limiti dei respingimenti immediati per chi raggiunge Ceuta via mare, sarebbe stata semplificata e trasformata online nella promessa di un accesso garantito.
Il fattore digitale spiega la velocità della mobilitazione, ma non chiarisce perché la frontiera marocchina abbia smesso di funzionare per alcune ore e sia tornata operativa poco dopo. Madrid non dispone ancora di elementi pubblici conclusivi per sostenere che Rabat abbia pianificato l’intera operazione. Le informazioni disponibili indicano tuttavia una fase di passività o insufficiente intervento delle forze di sicurezza marocchine. Anche le analisi del precedente del 2021 avevano identificato nella gestione selettiva dei controlli di frontiera uno strumento utilizzato dal Marocco per mostrare alla Spagna e all’Unione il valore politico della propria cooperazione migratoria.
Rabat dispone di una leva strutturale. Può intensificare i controlli, riducendo le partenze, oppure allentarli, trasferendo in poche ore una pressione enorme su un territorio europeo di venti chilometri quadrati. La relazione con Madrid è inoltre attraversata da dossier che non riguardano direttamente l’immigrazione: il Sahara occidentale, i rapporti tra Spagna e Algeria, le forniture energetiche, gli investimenti europei, la cooperazione militare e lo status politico di Ceuta e Melilla.
La visita compiuta a luglio dal governo spagnolo in Algeria, primo fornitore di gas della Spagna attraverso il gasdotto Medgaz, ha riaperto un canale politico con il principale rivale regionale del Marocco. Nel materiale utilizzato come base per questa analisi viene inoltre ricostruito il legame temporale tra il riavvicinamento Madrid-Algeri, le iniziative spagnole sul Sahara occidentale e l’allentamento dei controlli intorno a Ceuta. Il nesso causale non è provato, ma il contesto diplomatico rende insufficiente la spiegazione di una crisi generata esclusivamente da voci circolate sui social.
Il Marocco respinge le accuse e attribuisce l’episodio agli effetti della sentenza spagnola, alle reti di trafficanti e alle condizioni sociali della popolazione. È una lettura che non può essere esclusa: disoccupazione giovanile, povertà, disuguaglianze territoriali e perdita di fiducia nelle istituzioni costituiscono una base reale della pressione migratoria. Ma l’esistenza di cause economiche non impedisce l’utilizzo politico dei flussi. Le due dinamiche possono convivere.
La questione centrale riguarda quindi la dipendenza europea da Stati terzi incaricati, formalmente o informalmente, di controllare le partenze. Quando l’Unione esternalizza la gestione delle frontiere, trasferisce anche potere negoziale.
Turchia, Libia, Tunisia, Bielorussia e Marocco hanno mostrato, in circostanze diverse, come la cooperazione migratoria possa essere collegata a finanziamenti, riconoscimenti diplomatici, sanzioni o controversie territoriali. Il fenomeno è stato riconosciuto dalle istituzioni europee nel quadro delle minacce ibride, sebbene una parte della dottrina contesti l’uso indiscriminato di questa categoria e chieda di non sacrificare i diritti fondamentali in nome della sicurezza.
Ceuta non è soltanto una frontiera migratoria. Si trova all’ingresso dello Stretto di Gibilterra, il collegamento tra Atlantico e Mediterraneo. La sua posizione non consente di “controllare” da sola lo stretto, ma attribuisce al territorio un valore politico e militare superiore alle sue dimensioni.
Il lato europeo del passaggio comprende Gibilterra, territorio britannico esterno all’Unione dopo la Brexit, e la costa meridionale della Spagna. Sul lato africano, il Marocco ha ampliato negli ultimi anni la propria capacità portuale, logistica e industriale, a partire dal complesso di Tanger Med. In questo spazio ristretto si concentrano flussi containerizzati, approvvigionamenti energetici, traffici militari e collegamenti tra Mediterraneo, Nord Europa, Africa occidentale e Americhe.
Il valore strategico di Ceuta deve essere letto dentro questa geografia. Una pressione prolungata sulla città può aumentare i costi politici ed economici sostenuti dalla Spagna, alimentare il dibattito sulla sostenibilità dell’exclave e rafforzare, nel lungo periodo, la richiesta marocchina di discuterne lo status. Non esiste alcun automatismo che conduca a una cessione di sovranità. Ma una città sottoposta a crisi ricorrenti diventa più difficile da amministrare e più vulnerabile alla negoziazione.
È su questo terreno che si innestano gli interessi degli Stati Uniti. Washington considera il Marocco un partner regionale importante, riconosciuto come major non-Nato ally, destinatario di cooperazione militare e inserito negli Accordi di Abramo. La posizione americana sul Sahara occidentale, modificata durante la prima amministrazione Trump a favore della sovranità marocchina, ha ulteriormente rafforzato Rabat.
Da questo dato non discende che gli Stati Uniti vogliano sottrarre Ceuta alla Spagna o organizzare la disgregazione dell’Unione. Una simile tesi richiederebbe prove che non sono disponibili. Esiste però una convergenza di interessi potenziale: un Marocco più forte sul lato meridionale di Gibilterra consolida un partner statunitense e israeliano in un’area essenziale per il transito navale tra Atlantico e Mediterraneo.
La competizione americana con la Cina assegna crescente importanza ai punti di passaggio. Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca, Panama, gli accessi artici e le infrastrutture digitali o finanziarie sono diventati strumenti di potere. Gli Stati Uniti continuano a disporre della maggiore rete mondiale di alleanze, basi, capacità navali e infrastrutture finanziarie. Il loro obiettivo strategico non consiste necessariamente nell’occupazione diretta di ogni choke point, ma nella possibilità di mantenerli accessibili alle proprie forze e al commercio alleato, limitandone l’utilizzo coercitivo da parte degli avversari.
Un’Europa realmente integrata sul piano militare, industriale e diplomatico sarebbe un alleato più forte, ma anche più autonomo. Potrebbe definire proprie priorità nel Mediterraneo, costruire una politica comune verso Africa e Medio Oriente, sviluppare capacità di difesa meno dipendenti da Washington e assumere posizioni differenti su Cina, Israele, commercio o sanzioni.
Negli Stati Uniti convivono due approcci. Il primo considera una maggiore capacità europea un vantaggio per la Nato, perché ridurrebbe il peso finanziario e militare sostenuto dagli americani. Il secondo teme che l’autonomia strategica diventi indipendenza politica e industriale, riducendo il ruolo degli armamenti statunitensi, delle strutture di comando Nato e dell’influenza diplomatica di Washington. Le amministrazioni americane hanno oscillato tra queste posizioni, mentre la seconda presidenza Trump ha accentuato una concezione transazionale dell’alleanza.
La differenza è sostanziale. Non si tratta necessariamente della volontà americana di “distruggere” l’Europa, ma dell’interesse a evitare che l’integrazione europea produca un centro di potere capace di agire senza l’approvazione statunitense. Un’Unione frammentata rimane dipendente dalla protezione americana; un’Unione politicamente coesa potrebbe negoziare con Washington da una posizione più equilibrata.
La Russia ha un interesse ancora più diretto nell’indebolimento dell’unità europea. Mosca considera la coesione dell’Ue e della Nato un ostacolo alla propria capacità di influenza. Le attività attribuite o ricondotte alla strategia russa comprendono cyberattacchi, sabotaggi, interferenze informative, pressione energetica e sostegno a narrazioni destinate ad amplificare conflitti sociali e politici.
Le istituzioni europee descrivono le attività ibride russe come tentativi di danneggiare infrastrutture, influenzare i processi democratici e ridurre il sostegno all’Ucraina. Non ogni crisi europea è provocata da Mosca, ma ogni crisi capace di dividere i governi, rafforzare i partiti ostili all’integrazione e spostare l’attenzione dall’Ucraina costituisce un’opportunità politica per il Cremlino.
Ceuta offre esattamente questo tipo di opportunità. La pressione migratoria ha prodotto uno scontro tra Italia e Spagna, un nuovo conflitto sulla regolarizzazione degli irregolari, accuse reciproche di irresponsabilità e una discussione sulla sospensione dei meccanismi di Schengen. In poche ore, una crisi originata sul confine tra Spagna e Marocco è diventata una controversia tra Stati europei.
È questo il meccanismo attraverso cui l’Unione può essere indebolita dall’interno. Non serve un piano centralizzato. Le vulnerabilità esistono già: ventisette sistemi politici, diverse culture strategiche, interessi economici divergenti, assenza di una politica estera realmente comune e una materia migratoria che produce consenso elettorale attraverso la contrapposizione.
La risposta italiana mostra il problema. Roma aveva il diritto di adottare misure cautelari in presenza di una minaccia valutata come imprevedibile, nel rispetto del Codice frontiere Schengen. Ma la decisione di introdurre controlli aggiuntivi nei confronti della Spagna, mentre il regime speciale di Ceuta impediva ai nuovi arrivati di raggiungere liberamente l’Europa continentale, ha avuto una forte valenza politica e una limitata utilità operativa. Il risultato è stato offrire alla crisi un secondo fronte, interno all’Ue.
Anche Madrid ha responsabilità. La gestione spagnola delle politiche migratorie, la regolarizzazione di oltre un milione di persone e l’interpretazione delle recenti sentenze hanno generato segnali che altri governi europei considerano rischiosi. La Commissione ha riconosciuto che la regolarizzazione non è collegata direttamente agli incidenti di Ceuta, ma ha giudicato negativamente il messaggio prodotto sul piano europeo.
Il problema, tuttavia, non può essere risolto trasformando ogni emergenza in una competizione nazionale. Se la Spagna viene lasciata sola, Madrid dipenderà ancora di più dalla cooperazione marocchina. Se l’Italia risponde chiudendo i controlli, la Francia rafforzando i propri confini e altri Stati introducendo misure unilaterali, l’Unione rinuncia in partenza alla possibilità di esercitare potere collettivo.
La partita di Ceuta non riguarda quindi soltanto chi entra e chi viene rimpatriato. Riguarda chi controlla le condizioni politiche della frontiera europea. Un’Unione che affida la stabilità dei propri confini a governi terzi, la propria difesa agli Stati Uniti, parte delle forniture energetiche a Paesi politicamente instabili e le proprie infrastrutture digitali a gruppi extraeuropei dispone di un’autonomia limitata.
Ogni dipendenza può diventare una leva: il gas, i migranti, i semiconduttori, i porti, i cavi sottomarini, i sistemi di pagamento, le piattaforme digitali. Gli attori esterni non devono necessariamente coordinarsi. Possono perseguire interessi differenti e produrre lo stesso risultato: un’Europa costretta a reagire, anziché capace di decidere.
La crisi di Ceuta dimostra che la frontiera più fragile dell’Unione non si trova soltanto tra il Marocco e l’exclave spagnola. Si trova nel punto in cui un’emergenza nazionale smette di essere considerata un problema comune e diventa l’occasione per riaprire il conflitto tra governi europei.
L’Unione non sarà indebolita soltanto dalle pressioni esercitate dall’esterno. Sarà indebolita soprattutto se continuerà a rispondere a quelle pressioni con ventisette politiche diverse. La questione decisiva non è stabilire se dietro Ceuta esista un’unica regia. È comprendere perché, anche in assenza di quella regia, siano sufficienti poche ore di frontiera aperta per mettere in discussione solidarietà, libera circolazione e credibilità politica dell’intero progetto europeo.
La visione del Messaggero MarittimoLa crisi di Ceuta dimostra una realtà che l’Europa continua troppo spesso a sottovalutare. Nel XXI secolo le frontiere non si difendono soltanto con uomini, mezzi e norme, ma attraverso una più ampia capacità di autonomia strategica. Energia, migrazioni, rotte marittime, infrastrutture, commercio e sicurezza non rappresentano più ambiti separati, ma elementi di un unico sistema nel quale ogni dipendenza può trasformarsi in uno strumento di pressione politica.
Sarebbe riduttivo interpretare quanto accaduto come una semplice emergenza migratoria. Allo stesso modo sarebbe semplicistico attribuire la crisi a un’unica regia internazionale. La geopolitica raramente procede attraverso un solo attore. Più frequentemente si sviluppa lungo interessi differenti che, pur senza coordinarsi, finiscono per produrre effetti convergenti.
La Spagna, in questa vicenda, non ha difeso soltanto un proprio territorio nazionale. Ceuta rappresenta una frontiera esterna dell’Unione europea e la pressione esercitata su quella città riguarda direttamente l’intero progetto europeo. Lasciare Madrid isolata significa indebolire una delle linee di confine dell’Europa proprio nel momento in cui il controllo dei choke point, delle infrastrutture critiche e delle grandi rotte commerciali è tornato al centro della competizione tra le principali potenze.
Ogni crisi che alimenta divisioni interne finisce inevitabilmente per favorire tutti coloro che considerano un’Europa politicamente integrata, industrialmente competitiva e capace di parlare con una sola voce un interlocutore meno prevedibile e più autonomo. È il principio del divide et impera, una logica antica che continua a manifestarsi con strumenti nuovi: la pressione energetica, la gestione dei flussi migratori, le guerre commerciali, il controllo delle catene logistiche e dei grandi passaggi marittimi.
La visione del Messaggero Marittimo parte da una convinzione precisa. L’interesse dell’Italia coincide con quello di un’Europa più unita, capace di difendere le proprie frontiere comuni senza rinunciare ai principi dello Stato di diritto, di sviluppare una reale autonomia strategica e di ridurre progressivamente quelle dipendenze che consentono ad altri attori di esercitare influenza sulle scelte europee. In un sistema internazionale sempre più competitivo, la risposta non può essere il ritorno alle politiche nazionali o alla frammentazione delle decisioni. La risposta può essere soltanto un’Europa che acquisisca finalmente la capacità di agire come soggetto geopolitico, oltre che come grande mercato economico. È in questa direzione che si misura la credibilità del progetto europeo e la possibilità di affrontare le sfide del XXI secolo senza subirle.
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