Comandante Sara Vinci, dall’Accademia a Nave Alpino: la sfida è vinta

“Compito di chi comanda è mettere ciascuno nelle condizioni di esprimere al meglio il proprio potenziale”

sara vinci

LIVORNO – Sara Vinci è la comandante della Nave Alpino della Marina Militare. Tra le prime donne a capo di una fregata FREMM, unità multiruolo, è entrata in Marina 24 anni fa con gli studi all’Accademia navale di Livorno.
Un “colpo di fulmine” arrivato agli inizi del percorso che aveva aperto le porte alle donne. Una grande opportunità accompagnata, racconta, da una responsabilità importante nel contribuire a un cambiamento in atto.

Da dove ci scrive? Perché vi trovate lì?

Scrivo da bordo di Nave Alpino che in questo momento solca le acque del Nord Atlantico occidentale, lungo la East Coast statunitense.
Ci troviamo qui dopo aver partecipato a un intenso periodo di addestramento con la Marina americana finalizzato ad ottenere la certificazione per operare come unità di scorta nei gruppi portaerei. Solcare il mare fianco a fianco con una delle marine più avanzate al mondo ha costituito un banco di prova impegnativo, superato con risultati di grande rilievo confermando ancora una volta l’elevata credibilità internazionale delle nostre unità e, più in generale, della Marina Militare.
Nave Alpino è ora impegnata in una seconda fase della campagna in cui le soste programmate negli Stati Uniti e in Canada permetteranno di consolidare i rapporti bilaterali e promuovere il nostro Paese.

Nave Alpino è una eccellenza tecnologica della Marina. Quali sono le caratteristiche principali e più evolute?

Nave Alpino è la quinta fregata della classe FREMM “Bergamini” della Marina Militare, unità multiruolo capaci di operare in scenari complessi e ad alta intensità grazie alle capacità avanzate, in particolare nella scoperta sotto la superficie ambito in cui rappresentano un’eccellenza sia tecnologica, sia di competenza degli equipaggi.
Oggi le unità FREMM sono considerate la spina dorsale della Marina Militare, con la più alta media annua di ore di moto dell’intera squadra navale. Le dieci navi di questa classe operano costantemente nel Mediterraneo allargato e, sempre più spesso, anche in mari lontani come l’Atlantico e l’Indopacifico, sia come unità isolate, sia come piattaforme di comando e controllo per operazioni nazionali e multinazionali. Ciò è reso possibile dalla flessibilità intrinseca che ha contribuito a rendere il programma FREMM uno dei più significativi del nostro Paese negli ultimi decenni.

L’equipaggio: quanti siete?

In questa campagna l’equipaggio è composto da 186 donne e uomini. Ognuno, con il proprio ruolo e le proprie competenze, contribuisce in modo essenziale al funzionamento e all’efficienza dell’unità. Una nave moderna è, infatti, il risultato di un lavoro di squadra continuo, nel quale professionalità, addestramento e spirito di coesione sono determinanti tanto quanto la tecnologia di cui siamo dotati. In mare, più che altrove, la fiducia reciproca e la consapevolezza del proprio ruolo sono fondamentali: ogni persona sa di essere parte di un sistema più ampio in cui il contributo di ciascuno è indispensabile per il successo della missione e per la sicurezza di tutti.

A completamento, voglio sottolineare che a bordo operano figure con incarichi molto diversi tra loro, dalla condotta della nave ai sistemi di combattimento, dalla manutenzione tecnica alla logistica, fino alle funzioni sanitarie e amministrative, che si integrano e si completano reciprocamente. Ogni settore dipende dagli altri e il buon funzionamento dell’insieme nasce proprio da questa collaborazione costante tra professionalità differenti.
Anche il personale più giovane ricopre ruoli di responsabilità. Fin dai primi incarichi ciascuno è chiamato a contribuire attivamente alla vita e alle attività della nave, sviluppando competenze tecniche, capacità decisionali e senso di responsabilità. Questo approccio favorisce una crescita progressiva sia sul piano professionale sia su quello personale, permettendo di maturare rapidamente esperienza.

A suo avviso, quali sono le capacità necessarie per stare al comando di una unità come questa?

Il comando di una nave come questa richiede innanzitutto una solida preparazione professionale, maturata nel corso degli anni, ma alimentata quotidianamente attraverso un costante processo di formazione e aggiornamento. Governare sistemi complessi e operare in contesti operativi articolati richiede competenza, capacità di analisi e prontezza decisionale, insieme a equilibrio e senso di responsabilità per affrontare situazioni spesso mutevoli e impegnative.

Accanto alla professionalità sono però fondamentali anche le qualità umane. Comandare significa saper guidare e motivare le persone, ascoltare, creare coesione e mantenere un dialogo costante con il proprio equipaggio. In questo contesto è essenziale saper riconoscere e valorizzare le individualità: ogni donna e uomo a bordo porta con sé competenze, esperienze e sensibilità diverse che rappresentano una risorsa preziosa.
Il compito di chi comanda è mettere ciascuno nelle condizioni di esprimere al meglio il proprio potenziale, affinché ogni professionalità possa contribuire pienamente alla missione.
Tutto questo, però, trova la sua piena efficacia solo nella dimensione del gruppo. La forza di una nave risiede, infatti, nella coesione dell’equipaggio e la vera sfida del Comandante è riuscire a costruire quel clima di fiducia incondizionata che nasce dalla condivisione di valori comuni e che si rafforza ogni giorno attraverso la coerenza delle decisioni.

Parlando della sua storia personale, come è arrivata fin qui? Perché ha scelto questa strada?

Il mio percorso nella Marina Militare non nasce da un sogno coltivato fin da bambina. In realtà è iniziato quasi per caso. Una mia cara amica aveva deciso di partecipare al concorso per l’Accademia Navale di Livorno e il suo entusiasmo mi ha contagiata. In quel momento non avevo una visione chiara del mio futuro: più che una vocazione, era una sfida. A ripensarci oggi, è stato uno di quei momenti della vita in cui una piccola decisione cambia completamente la direzione del percorso.
Quello che era iniziato quasi per caso si è trasformato fin dai primi momenti in uniforme in una passione profonda, lo definirei quasi un colpo di fulmine.
Il mare, la disciplina, il senso di appartenenza a qualcosa di più grande di me hanno dato subito un significato alla mia scelta. Col tempo poi ho maturato piena vocazione per i valori che rappresentano l’essenza stessa della professione militare: il senso del dovere, lo spirito di servizio, il lavoro di squadra e il privilegio di servire il proprio Paese.
Da allora ogni incarico, ogni esperienza in mare e a terra, hanno contribuito alla mia crescita professionale e personale fino a portarmi oggi nel ruolo di Comandante di nave Alpino. Sono passati 24 anni da quando ho iniziato questo percorso, ma continuo ogni giorno ad entusiasmarmi e viverlo con la stessa passione dell’inizio.

Il nostro giornale ha sede a Livorno proprio come l’Accademia navale. Che ricordo ha?

Ho avuto l’onore di formarmi presso l’Accademia Navale e il legame con la città di Livorno è nato proprio in quegli anni da allievo ufficiale e non si è mai interrotto. Conservo un ricordo molto intenso di quel periodo. Gli anni trascorsi in Accademia sono stati segnati da studio, sport e disciplina, in un susseguirsi di esperienze e responsabilità non comuni per ragazzi così giovani. Ragazzi tra cui si crea un legame difficile da spiegare: non solo colleghi, ma compagni di corso legati da un senso di appartenenza che resta immutato nel tempo.
L’Accademia Navale non forma solo sotto il profilo della preparazione professionale ma crea l’identità stessa degli Ufficiali del futuro.
In questo percorso, Livorno non è soltanto lo sfondo geografico dell’Accademia: è parte integrante dell’esperienza formativa. La sua tradizione marittima e il suo rapporto quotidiano con il mare accompagnano la vita degli allievi.

Domanda “di rito”: è stato più complesso vivere tutto questo da donna?

Sì, in alcuni momenti è stato più complesso essendo tra i primi corsi di Accademia dopo l’inizio del reclutamento femminile. La Marina e l’Accademia Navale stavano evolvendo, adattando routine e procedure che erano state pensate originariamente per un ambiente esclusivamente maschile. Come accade in ogni contesto che evolve, è stato necessario un naturale periodo di adattamento culturale e organizzativo.
Allo stesso tempo, questa è stata anche la parte più stimolante: essere tra le prime donne a vivere questo percorso significava avere ogni giorno la sensazione di trovarsi di fronte a una grande opportunità, ma anche a una responsabilità importante nel contribuire a un cambiamento.
Negli anni la presenza femminile nelle Forze Armate è cresciuta progressivamente, e oggi viviamo una stagione di evoluzione in cui sempre più donne dimostrano sul campo competenza, autorevolezza e capacità di leadership, contribuendo in modo naturale alla crescita dell’organizzazione.

La sua è una scelta che si scontra con la sua famiglia o ha trovato la “ricetta” per coniugare i vari aspetti della vita?

Non credo esista una ricetta segreta. Come in molti incarichi impegnativi, conciliare responsabilità professionali e vita familiare richiede soprattutto organizzazione, equilibrio e una solida rete di supporto. Avere accanto un partner che comprenda le responsabilità del ruolo e poter contare sulla famiglia è fondamentale.
Rimane spesso la sensazione di non riuscire a fare mai abbastanza in ogni ambito. Con il tempo, però, ho imparato ad accettare questa realtà e a conviverci con maggiore consapevolezza. Ci sono periodi in cui le esigenze professionali richiedono una presenza più intensa e altri in cui è la famiglia ad aver bisogno di maggiore attenzione. L’importante, per me, è non perdere mai di vista i valori di riferimento e la dedizione con cui si affrontano entrambi i ruoli.
Il tempo, purtroppo, non si può moltiplicare. Si può però cercare di renderlo il più possibile significativo, dando il meglio nel momento in cui si è presenti, sia nella dimensione professionale, sia in quella personale.

Il mondo della Marina si è evoluto in questo senso? Oggi è naturale trovare comandanti donne per gli uomini?

Negli ultimi anni la Marina Militare ha compiuto un’evoluzione significativa anche sul piano culturale. L’introduzione del reclutamento femminile ha contribuito ad ampliare la consapevolezza su temi che vanno ben oltre le sole criticità strutturali, inizialmente considerate. È emersa con maggiore chiarezza una realtà che riguarda tutti, uomini e donne: l’equilibrio della dimensione domestica e la serenità familiare sono elementi fondamentali per garantire un rendimento professionale efficace e duraturo, soprattutto in un contesto operativo complesso come quello militare.
Per quanto riguarda le donne al comando, oggi rappresentano ormai una realtà consolidata. Dal punto di vista numerico, la presenza non è ancora perfettamente bilanciata, ma questo è legato principalmente a un fattore temporale: il reclutamento femminile nella Marina ha poco più di venticinque anni di storia, quindi si tratta ancora di un’organizzazione relativamente giovane sotto questo profilo. Con il naturale ricambio generazionale, questa presenza è destinata a crescere.
Al di là dei numeri, resta però un principio chiaro: la leadership non ha genere. Se esistono preparazione, capacità, senso di responsabilità e attenzione verso le persone, ci sono già tutti gli elementi che definiscono un buon comandante indipendentemente dal fatto che sia un uomo o una donna.

Nel vostro attuale viaggio in America vede realtà diverse da questo punto di vista?

Sì, in questa navigazione lungo la East Coast e durante le tappe negli Stati Uniti e in Canada ho avuto modo di osservare realtà diverse sotto il profilo della presenza femminile nelle Forze Armate. In molti contesti, donne e uomini condividono ruoli di responsabilità in modo pienamente naturale, e questo riflette un percorso culturale simile a quello che stiamo vivendo anche in Italia.
È vero che il reclutamento femminile nelle Forze Armate italiane è arrivato relativamente più tardi rispetto ad altri Paesi. Tuttavia possiamo affermare che il modello sviluppato in Italia si è rivelato tra i più efficaci a livello internazionale: l’integrazione è avvenuta in modo pieno e oggi non esistono ambiti preclusi alle donne.
Per questo motivo non mi sento di poter affermare in alcun modo che siamo indietro rispetto ad altri. Al contrario, l’esperienza italiana dimostra come professionalità, competenza e leadership femminile possano essere valorizzate e integrate pienamente nelle attività operative e decisionali, contribuendo in modo concreto all’efficienza e alla coesione di una Marina moderna.

In un momento come quello di oggi di tensioni mondiali, il richiamo alla diplomazia arriva da più fronti. Una missione come la vostra può essere un messaggio di collaborazione?

Sì, in un momento di tensioni internazionali come quello che stiamo vivendo, iniziative come la nostra possono rappresentare anche un messaggio concreto di collaborazione e dialogo.
In tempo di pace, la diplomazia navale è infatti uno strumento fondamentale della difesa nazionale e della stabilità internazionale. Come Comandante di nave Alpino, la considero una naturale estensione della nostra missione in mare: garantire una presenza credibile, costruire fiducia e favorire la cooperazione tra Paesi.
Attraverso le soste nei porti, le esercitazioni congiunte e le attività di cooperazione marittima, dimostriamo la nostra prontezza operativa, la professionalità dei nostri equipaggi e le capacità tecnologiche della nostra Marina, rafforzando al tempo stesso i rapporti con alleati e partner.
La diplomazia navale consente quindi di rendere la nostra presenza visibile e credibile, contribuendo alla sicurezza internazionale e tutelando la libertà di navigazione.
La diplomazia navale non riguarda soltanto le navi o la tecnologia, ma soprattutto le persone, che con il loro comportamento e la loro professionalità rappresentano ogni giorno, anche all’estero, i valori della nostra Marina trasformando le unità navali non solo in strumenti di sicurezza, ma anche in strumenti di fiducia e cooperazione.

La Marina militare non è solo difesa ma anche un pezzo di Italia nel mondo. Come venite accolti nelle vostre missioni all’estero?

Durante le attività come quella in corso negli Stati Uniti e in Canada, veniamo generalmente accolti con grande attenzione e rispetto, sia dalle autorità locali sia dai colleghi delle Marine partner. Ogni tappa rappresenta un’occasione importante di incontro e confronto, che si traduce in momenti istituzionali, attività congiunte e occasioni di dialogo con le comunità locali. Anche i numeri dei visitatori a bordo confermano l’interesse delle popolazioni locali nel conoscere da vicino la nostra unità.
Ogni accoglienza conferma quanto la presenza delle nostre navi sia percepita come un segno di amicizia e collaborazione. In questo senso, le missioni all’estero diventano anche un ponte tra istituzioni, culture e persone, contribuendo a portare un pezzo d’Italia oltre i nostri confini e a rafforzare il dialogo e la fiducia reciproca tra le Marine e tra i Paesi.

LEGGI ANCHE:

IL TALENTO NON HA GENERE

Condividi l’articolo
Tags: Shipping
logo laghezza settembre 2025

Articoli correlati

Potrebbe interessarti

america's cup
Shipping

Cuccaro: “Da Procida un richiamo forte sul lavoro portuale”

Il presidente dell’AdSp partenopea guarda al convegno di Procida: tutele per i portuali, donne nei porti e stabilità dei traffici
NAPOLI – Il lavoro marittimo non finisce sulla tolda di una nave. Comincia lì, certo, nel mestiere antico e severo di chi attraversa il mare, ma si allarga poi ai…
fincantieri
Shipping

Fincantieri, premiati negli Usa tre cantieri per la sicurezza

Tre cantieri Usa del Gruppo premiati dallo SCA per sicurezza, prevenzione degli incidenti e miglioramento operativo
TRIESTE – La sicurezza come infrastruttura invisibile dell’industria, prima ancora che come indicatore di performance. È su questo terreno, sempre più decisivo nella cantieristica navale internazionale, che Fincantieri consolida la…
hapag lloyd
Shipping

Hapag-Lloyd lancia il programma “Shefarer”

Per aumentare la presenza femminile a bordo: almeno il 20% dei nuovi cadetti sarà composto da personale femminile
AMBURGO – Hapag-Lloyd avvia il nuovo programma “Shefarer”, un’iniziativa pensata per incrementare in modo stabile la presenza delle donne nel settore marittimo e favorire percorsi professionali a lungo termine sulle…

Iscriviti alla newsletter

Resta aggiornato su tutte le notizie dal mondo del trasporto e della logistica

Iscriviti

Il nostro Podcast

bunkeroil banner