Confitarma, 125 anni e nuove sfide

A Genova Confitarma celebra 125 anni e rilancia su Hormuz, ETS, transizione ecologica e bandiera italiana

GENOVA – Genova ha ospitato il Consiglio generale di Confitarma in una data che, per la Confederazione italiana armatori, ha il sapore della memoria ma soprattutto quello della proiezione strategica. A centoventicinque anni dalla prima Assemblea straordinaria della costituenda Federazione degli armatori italiani, tenutasi proprio nel capoluogo ligure il 9 aprile 1901, l’associazione ha scelto di trasformare la ricorrenza in un passaggio politico e industriale, utile a ribadire il peso del trasporto marittimo dentro le grandi tensioni economiche e geopolitiche del presente.

La riunione, ospitata nella sede di Costa Crociere e aperta anche alla partecipazione di ospiti istituzionali, si inserisce nel percorso avviato a Ravenna lo scorso febbraio e destinato a culminare a Roma, il 26 e 27 ottobre 2026, con l’Assemblea pubblica annuale prevista nell’ambito dello ShipDay.

Una traiettoria che non ha soltanto un valore celebrativo, ma risponde alla necessità di riportare il mare al centro del discorso pubblico nazionale, in un momento in cui la tenuta delle rotte, la sicurezza della navigazione, la competitività delle flotte e il costo della transizione stanno tornando a incidere in modo diretto sulla capacità del Paese di produrre, approvvigionarsi e restare connesso ai mercati.

Ai lavori hanno preso parte, tra gli altri, il vicesindaco di Genova Alessandro Terrile, il direttore marittimo della Liguria e comandante del porto di Genova, ammiraglio ispettore Antonio Ranieri, e il presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mar Ligure occidentale Matteo Paroli.

Presenze che hanno dato ulteriore rilievo a una giornata che Confitarma ha voluto caricare di significato, anche attraverso l’approvazione del restyling del logo confederale, inteso come segnale di continuità e insieme di rilancio.

Il peso storico dell’armamento italiano

Nel richiamare i 125 anni di storia associativa, Confitarma ha rivendicato il proprio ruolo nella costruzione delle relazioni industriali italiane, sottolineando di essere stata tra le prime organizzazioni al mondo a governare il passaggio dai concordati tariffari locali a intese di respiro nazionale. Un richiamo che non è rimasto confinato alla memoria interna della Confederazione, ma che serve oggi a ribadire come il settore armatoriale non sia una componente marginale dell’economia italiana, bensì uno degli snodi attraverso cui si sono formati nel tempo modelli di rappresentanza, rapporti tra impresa e lavoro e architetture contrattuali poi divenute strutturali.

Mario Zanetti ha collocato questo passaggio dentro una lettura esplicitamente prospettica. Il nuovo logo, ha osservato il presidente di Confitarma, intende esprimere la capacità propulsiva di un’associazione chiamata a rappresentare l’industria armatoriale italiana “oggi e nel futuro”, nella consapevolezza che la flotta mercantile nazionale, pur articolata in segmenti diversi, continua a svolgere una funzione essenziale per il Paese, per le sue filiere produttive e per i cittadini.

È una linea che Confitarma prova a tenere insieme con un messaggio molto preciso: l’armamento italiano non chiede di essere celebrato come un’eredità, ma riconosciuto come un’infrastruttura economica viva, sottoposta però a pressioni crescenti e spesso non compensate da un quadro regolatorio adeguato.

Hormuz, sicurezza e diritto internazionale

Tra i temi affrontati nel Consiglio generale, uno dei più sensibili è stato quello della crisi nell’area del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per gli equilibri energetici globali e per la sicurezza dei traffici. Il punto sollevato da Confitarma non riguarda soltanto la necessità di monitorare con attenzione l’evoluzione dello scenario, ma anche il rischio che tensioni di natura militare, commerciale e diplomatica finiscano per produrre effetti destabilizzanti sui principi della libertà di navigazione e della prevedibilità dei transiti.

Su questo piano, l’associazione ha richiamato l’attenzione anche sulla prospettiva di eventuali extradazi sui passaggi marittimi, giudicati incompatibili con i capisaldi del diritto internazionale e potenzialmente capaci di generare conseguenze economiche di vasta portata. Il riferimento è a una crisi che non investe soltanto gli armatori, ma tutta l’economia reale: energia, assicurazioni, costi logistici, tempi di consegna, approvvigionamenti industriali. È precisamente qui che il mare torna a mostrarsi per ciò che è davvero, cioè non un orizzonte astratto, ma un’infrastruttura critica della stabilità economica.

ETS, FuelEU e il nodo competitività

Sul versante ambientale, Confitarma ha ribadito una posizione che ormai accompagna da mesi il confronto tra armamento e istituzioni europee. Il trasporto marittimo, pur rappresentando una quota contenuta delle emissioni globali, è già oggi la modalità più efficiente sotto il profilo ambientale rispetto ad altre soluzioni di trasporto di massa.

Tuttavia, secondo la Confederazione, l’attuale impianto delle politiche europee di decarbonizzazione rischia di trasformarsi in un fattore di penalizzazione competitiva per lo shipping italiano, soprattutto attraverso gli effetti combinati del sistema ETS e del regolamento FuelEU.

La richiesta è dunque quella di una revisione, o quantomeno di una sospensione dei meccanismi che stanno scaricando sul comparto costi rilevanti senza garantire ancora un quadro sufficientemente realistico sul fronte dei combustibili alternativi, delle infrastrutture di bunkeraggio e della neutralità competitiva tra scali europei e non europei.

Confitarma ha comunque registrato come un primo segnale, seppur parziale, la modifica dell’articolo 23 del decreto legislativo 47 del 2020, che ha incluso il Sea Modal Shift tra i possibili destinatari delle risorse provenienti dalle aste ETS.

Il messaggio politico, però, resta chiaro: i proventi generati dal settore dovrebbero tornare al settore, accompagnando gli investimenti industriali necessari per affrontare la transizione senza compromettere la capacità competitiva delle imprese italiane. E su questo versante la Confederazione ha ricordato che gli armatori nazionali hanno già messo in campo circa 2,5 miliardi di euro, con oltre 60 nuove navi ordinate, l’80 per cento delle quali predisposte all’impiego di combustibili alternativi. Una cifra che dà la misura di uno sforzo già in atto, e che rende ancora più evidente la richiesta di un contesto normativo coerente con la realtà industriale.

Bandiera italiana e semplificazione

L’altro nodo emerso con forza è quello della bandiera italiana. Confitarma ha evidenziato l’urgenza di un intervento sul regime nazionale, considerato oggi più gravoso rispetto ai principali registri concorrenti europei. Il problema, in questo caso, non è soltanto burocratico. Procedure più lente, adempimenti più pesanti e minore agilità amministrativa finiscono infatti per riflettersi direttamente sulla capacità del sistema italiano di attrarre e trattenere naviglio, investimenti e occupazione qualificata.

È qui che il dibattito torna a toccare un punto politico essenziale: la competitività marittima non si difende soltanto con i richiami al ruolo strategico del mare, ma con norme, tempi e regole che consentano alle imprese di operare ad armi pari con gli altri sistemi europei. In assenza di questa correzione, anche la retorica più convinta sulla centralità del Mediterraneo rischia di rimanere sospesa, senza tradursi in un vantaggio reale per il cluster nazionale.

Il Consiglio generale di Genova, dunque, ha avuto il merito di fare una cosa piuttosto rara nel dibattito italiano sul mare: tenere insieme storia e urgenza, identità e pressione competitiva, celebrazione e richiesta di riforma. Confitarma ha festeggiato i suoi 125 anni, ma lo ha fatto ricordando implicitamente che il tempo delle commemorazioni conta poco se non è accompagnato da una politica marittima all’altezza delle sfide in corso. Ed è forse proprio questa la sintesi più interessante emersa da Genova: in un mondo attraversato da crisi regionali, transizione ecologica imperfetta e nuove tensioni commerciali, l’armamento italiano non chiede protezione simbolica, ma condizioni concrete per continuare a fare il proprio mestiere.

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Tags: Shipping
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