In Fatti & Potere prosegue l’analisi con l’avvocato Alberto Batini su guerra energetica, Hormuz e rischi per shipping e supply chain globali
LIVORNO – In un contesto internazionale sempre più segnato da tensioni militari e rivalità strategiche, la crisi che si sta sviluppando attorno al Golfo Persico non può essere letta soltanto come un conflitto regionale o come l’ennesimo episodio di instabilità mediorientale.
Le sue implicazioni travalicano i confini della geopolitica tradizionale per investire direttamente il cuore dell’economia globale: energia, trasporti marittimi, logistica e sicurezza delle catene di approvvigionamento.
È su questo terreno che, proseguendo il percorso di analisi avviato insieme all’avvocato Alberto Batini, il Messaggero Marittimo ritiene necessario assumere una posizione chiara e coraggiosa.
L’estensione delle operazioni militari alle infrastrutture energetiche strategiche, così come la crescente pressione sullo Stretto di Hormuz e sui principali hub del gas naturale liquefatto, rappresentano un salto di qualità nella gestione dei conflitti contemporanei.
Non si tratta più soltanto di confronti tra potenze o di equilibri regionali, ma di un processo che rischia di trasformare l’energia in arma sistemica e il mare in un campo di battaglia economico permanente.
Questa dinamica solleva interrogativi profondi anche sulle scelte strategiche di alcune grandi potenze occidentali, la cui azione militare e diplomatica, anziché contenere le crisi, sembra contribuire ad amplificarne gli effetti sui mercati globali. Colpire nodi energetici difficilmente sostituibili nel breve periodo significa infatti generare un effetto domino su prezzi, rotte commerciali e stabilità industriale, con conseguenze che ricadono non solo sugli avversari ma anche sugli alleati.
In questo scenario, la priorità per il sistema logistico internazionale non può essere la contrapposizione militare, ma la tutela della libertà dei mari e la protezione delle infrastrutture critiche.
Perché quando l’energia diventa strumento di pressione strategica, il rischio è quello di compromettere non solo gli equilibri geopolitici, ma le fondamenta stesse della globalizzazione contemporanea.
A cura dell’avv. Alberto Batini
Stabilire quale sia la crisi più grave è tutt’altro che semplice: da un lato il rapido deterioramento del mercato globale del gas, dall’altro il rischio crescente che interi Paesi possano trovarsi a corto di petrolio.
A metà febbraio il contratto di riferimento europeo per il gas, il TTF (Title Transfer Facility), si attestava intorno ai 29 euro per megawattora.
Secondo Bank of America, tuttavia, il prezzo potrebbe schizzare fino a 500 euro nel corso dell’inverno qualora lo Stretto di Hormuz restasse chiuso per dieci settimane, eventualità tutt’altro che remota.
Uno scenario di questo tipo supererebbe ampiamente i massimi registrati dopo l’invasione russa dell’Ucraina, configurando una vera e propria emergenza economica per Europa, Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e gran parte dell’Asia meridionale.
Il quadro si è ulteriormente aggravato dopo l’attacco israeliano al giacimento iraniano di South Pars, che ha portato le infrastrutture upstream di gas e petrolio a rientrare tra gli obiettivi strategici di entrambe le parti nell’area del Golfo.
La risposta missilistica iraniana contro il complesso di Ras Laffan, in Qatar, ha causato danni rilevanti a un hub che da solo rappresenta circa un quinto della produzione mondiale di gas naturale liquefatto (GNL).
La ripresa delle spedizioni richiederà mesi. Qatar Energy stima una perdita produttiva pari al 17% per un periodo compreso tra tre e cinque anni, con conseguente dichiarazione di forza maggiore sulle forniture di GNL verso Italia, Corea, Cina e Belgio.
Anche il mercato petrolifero presenta criticità analoghe. Le quotazioni dei futures, seguite abitualmente dagli operatori, non riflettono appieno la tensione sul mercato fisico, dove le consegne risultano molto più sotto pressione rispetto a quanto suggerisca un Brent intorno ai 113 dollari al barile.
I carichi reali del paniere Dubai e del Murban dell’Oman si scambiano infatti vicino ai 170 dollari al barile, mentre le raffinerie asiatiche cercano con urgenza qualsiasi disponibilità. Il carburante per aviazione ha raggiunto i 210 dollari a Rotterdam e i 240 dollari a Singapore.
Come osserva un operatore di lungo corso del settore, lo shock energetico del 2022 legato alla Russia appare, col senno di poi, quasi marginale rispetto alla situazione attuale: senza un rapido riequilibrio, il sistema globale rischia di scontrarsi con un limite strutturale nel giro di pochi mesi.
A questo quadro già critico si aggiunge una valutazione sempre più diffusa tra gli analisti: la gestione strategica della crisi da parte di Stati Uniti e Israele rischia di rivelarsi un errore di calcolo di ampia portata.
L’estensione del conflitto alle infrastrutture energetiche – in particolare nel Golfo Persico – ha infatti trasformato una tensione regionale in uno shock sistemico per i mercati globali.
Colpire nodi chiave come South Pars o, indirettamente, Ras Laffan significa incidere su asset che non sono facilmente sostituibili nel breve periodo. La conseguenza è un effetto moltiplicativo sui prezzi e sulla percezione del rischio, con ricadute immediate sulle catene di approvvigionamento globali.
Inoltre, la possibile chiusura o anche solo l’instabilità prolungata dello Stretto di Hormuz introduce un elemento di vulnerabilità strutturale che colpisce non solo i Paesi direttamente coinvolti, ma anche le principali economie importatrici di energia. In questo senso, l’azzardo strategico risiede nell’aver sottovalutato l’interdipendenza dei mercati energetici e la rapidità con cui uno shock locale può trasformarsi in una crisi globale.
Il risultato è un contesto in cui la leva militare produce effetti economici difficilmente controllabili, mettendo sotto pressione alleati e partner commerciali tanto quanto gli avversari. Una dinamica che rischia di ridefinire, nel medio periodo, gli equilibri energetici e geopolitici su scala mondiale.
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