Dall’Oceano Indiano al Mediterraneo: l’Italia tra le rotte del futuro

Diplomazia navale, cooperazione trilaterale e corridoi strategici: l’asse marittimo Roma–Asia si rafforza tra realismo e visione

ITALIA

LIVORNO – In un’estate geopolitica attraversata da tensioni e riposizionamenti, l’Italia ha scelto il mare come spazio strategico per riaffermare la propria postura internazionale. Mentre le navi militari solcano il Mar Rosso sotto l’egida delle missioni europee, la diplomazia costruisce ponti invisibili, ma solidi, tra il Mediterraneo e l’Oceano Indiano. Il 6 agosto 2025 segna un punto di equilibrio tra operatività navale, proiezione politica e ambizione economica: un’Italia fluida, dialogante, priva di rigidità ideologiche ma determinata a esserci. Non ovunque, ma nei luoghi giusti.

A Istanbul, solo pochi giorni fa, si è svolto un vertice trilaterale che ha dato la misura della posta in gioco. Giorgia Meloni, Recep Tayyip Erdoğan e Abdul‑Hamid Dbeibah – premier del governo libico riconosciuto – hanno posto sul tavolo la questione migratoria, ma con un approccio inedito. La cooperazione marittima tra Italia, Turchia e Libia non si limita al contenimento dei flussi: si estende all’ambito industriale e difensivo, con accordi su droni e possibilità di forniture aeronautiche. L’asse sud-sud-est si salda lungo direttrici che parlano di autonomia strategica, ma anche di interdipendenza. Una forma nuova di realismo mediterraneo.

Sul fronte operativo, Roma mantiene il comando della missione ASPIDES, attiva nel Mar Rosso con l’obiettivo di proteggere la libertà di navigazione commerciale da attacchi e interferenze. La fregata Luigi Rizzo ha toccato porti come Mombasa e Maputo, disegnando una traiettoria navale che racconta di una nuova geopolitica del mare: un’Italia presente, ma non invadente. La missione ATALANTA, che l’Unione Europea conduce nell’Oceano Indiano per contrastare la pirateria, continua a vedere una partecipazione centrale della Marina Militare, segno di una visione coerente: il mare come spazio vitale da presidiare, ma anche da comprendere.

Sul piano economico e infrastrutturale, si consolida il sostegno italiano al corridoio IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), presentato come “via della pace e del commercio” in contrapposizione alla più assertiva Belt and Road cinese. In questo schema, Trieste assume un ruolo di snodo terminale per le merci provenienti dall’India attraverso il Golfo e il Mediterraneo orientale, fino al cuore dell’Europa. Una scelta che non è solo logistica, ma simbolica: Trieste, città plurale, ponte tra Oriente e Occidente, diventa emblema di una politica che guarda oltre i confini continentali.

Nel frattempo, si moltiplicano le esercitazioni congiunte con le Marine dell’India, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano, come quella condotta tra il 1° e il 3 giugno, con la fregata italiana Antonio Marceglia impegnata in manovre anti-pirateria e comunicazione tattica. È la prima volta che una nave italiana partecipa a un’operazione così avanzata nel quadro della cooperazione Europa–India, in un’area sempre più contesa e strategica.

Ma l’elemento forse più interessante non è ciò che l’Italia sta facendo, bensì come lo sta facendo. A differenza di Francia e Germania, Roma non ha ancora formalizzato una sua strategia per l’Indo-Pacifico. Eppure, sta costruendo una rete relazionale solida e intelligente, fatta di partenariati industriali, formazione, esercitazioni e progetti condivisi. La convergenza con l’iniziativa indiana MAHASAGAR, lanciata per rafforzare la cooperazione tra India e paesi del Sud globale, dimostra che è possibile essere presenti senza essere invadenti, influenti senza essere imperiali.

In questo scenario, torna centrale l’intuizione già avanzata dal Messaggero Marittimo nella sua rubrica del lunedì Fatti e Potere: l’idea di un Piano Mattei del Mare, capace di articolare una visione coerente della proiezione marittima italiana. Un piano non solo infrastrutturale, ma culturale e politico. Un modello di presenza che unisce portualità, sicurezza, logistica, cooperazione diplomatica e responsabilità strategica.

Non si tratta di militarizzare il mare, ma di governarlo. Non si tratta di chiudere rotte, ma di proteggerle. E soprattutto, si tratta di capire che il Mediterraneo allargato – da Gibilterra a Hormuz, da Suez a Goa – è oggi il cuore pulsante della contesa mondiale per l’accesso alle risorse, ai dati, all’influenza.

In questa partita, l’Italia può giocare un ruolo solo se saprà restare sé stessa: un ponte, non un bastione. Un attore sobrio ma competente. Un Paese che, nel disordine globale, scommette sulla cooperazione come stile, e sul mare come destino.

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Fatti e Potere: “Perché all’Italia serve un Piano Mattei dei Mari”

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Tags: Economia, Politica
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