Fatti e Potere analizza il deep-sea mining e le terre rare: fondali marini, geopolitica e competizione industriale globale
LIVORNO – La corsa alle materie prime critiche ha ormai superato i confini terrestri. Nella competizione globale per l’accesso a nichel, cobalto, manganese, terre rare e metalli strategici per la transizione energetica e digitale, i fondali oceanici stanno emergendo come la nuova frontiera geoeconomica. Il deep-sea mining, fino a pochi anni fa relegato ai margini del dibattito politico, è oggi al centro di un confronto che intreccia sicurezza degli approvvigionamenti, sovranità tecnologica, diritto internazionale e tutela ambientale.
Secondo numerose analisi dell’ISPI, l’attuale accelerazione verso le tecnologie low-carbon, unita alla crescente rivalità strategica tra Stati Uniti, Unione europea e Cina, ha trasformato le materie prime critiche in uno strumento di potere geopolitico. Le catene del valore delle terre rare e dei metalli per batterie, magneti permanenti, sistemi elettronici avanzati e applicazioni militari restano fortemente concentrate, con Pechino che controlla quote dominanti non solo dell’estrazione, ma soprattutto della raffinazione. In questo contesto, l’interesse per i fondali marini non nasce da un’utopia tecnologica, ma da una necessità strategica.
Il quadro giuridico internazionale rende il deep-sea mining una questione particolarmente delicata. In base alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), le aree dei fondali al di fuori delle giurisdizioni nazionali sono definite come “bene comune dell’umanità”. È su questo principio che si fonda il mandato dell’International Seabed Authority (ISA), l’organismo con sede a Kingston, in Giamaica, responsabile della regolamentazione e della supervisione delle attività di esplorazione mineraria in circa il 54% dei fondali oceanici mondiali.
L’elezione della brasiliana Leticia Carvalho alla guida dell’ISA ha segnato una svolta significativa, interpretata da molti osservatori come un rafforzamento della sensibilità ambientale e, allo stesso tempo, come l’ingresso più marcato di una prospettiva BRICS nella governance delle risorse sottomarine. Non è un passaggio neutro. Nei prossimi anni l’ISA dovrà
decidere se e come adottare un Codice minerario condiviso, capace di disciplinare lo sfruttamento commerciale dei noduli polimetallici e delle croste di ferromanganese, bilanciando interessi industriali, esigenze di sicurezza degli approvvigionamenti e protezione degli ecosistemi marini.
Il rinvio dell’adozione del Codice al 2025 (ancora non approvato nonostante il 2025 sia ormai giunto al termine) ha già mostrato tutte le fratture del sistema multilaterale. Da un lato, un gruppo crescente di Paesi europei e di comunità scientifiche invoca una moratoria globale, richiamandosi al principio di precauzione del danno ambientale. Dall’altro, Stati con forti interessi industriali e tecnologici, in primis Cina, Giappone e Corea del Sud, spingono per evitare che l’impasse regolatoria blocchi una frontiera considerata strategica per la sicurezza nazionale.
Il rischio, sempre più concreto, è quello di una frammentazione del regime giuridico marittimo, con un progressivo spostamento delle attività estrattive dalle acque internazionali alle Zone Economiche Esclusive e alle piattaforme continentali, dove gli Stati possono esercitare una sovranità diretta. La decisione della Norvegia di autorizzare l’estrazione di metalli nei fondali sotto la propria giurisdizione va letta esattamente in questa chiave.
La competizione per il deep-sea mining ha un chiaro baricentro asiatico. Cina, Giappone, Corea del Sud e India stanno investendo in modo sistematico nello sviluppo tecnologico necessario a esplorare e, potenzialmente, sfruttare le risorse dei fondali. Non si tratta solo di una corsa alle concessioni rilasciate dall’ISA, ma di una strategia industriale di lungo periodo, sostenuta da un forte intervento pubblico.
La Cina appare oggi il Paese più avanzato. Dopo decenni di ricerca, Pechino ha sviluppato veicoli raccoglitori in grado di
operare a chilometri di profondità e sistemi integrati per l’estrazione dei noduli polimetallici. Le prove tecniche condotte da imprese statali come China Minmetals segnano un salto di qualità che va oltre la semplice sperimentazione. Secondo fonti analizzate dall’ISPI, la leadership cinese nel deep-sea mining si inserisce in una strategia più ampia di controllo delle catene globali delle risorse critiche, già sperimentata con successo nel settore delle terre rare terrestri.
Il Giappone segue una traiettoria diversa ma altrettanto coerente. La memoria del blocco cinese alle esportazioni di terre rare del 2010 resta un trauma strategico per Tokyo, che ha spinto il Paese a diversificare in modo aggressivo le fonti di approvvigionamento. Attraverso agenzie governative e programmi nazionali, il Giappone punta a rendere economicamente sostenibile l’estrazione sottomarina entro il 2030, in nome dell’autosufficienza e della resilienza industriale.
La Corea del Sud, forte di un’industria tecnologica altamente energivora in termini di metalli critici, ha costruito un quadro normativo nazionale per sostenere le attività di esplorazione, mentre l’India, pur più indietro sul piano tecnologico, considera il deep-sea mining una leva strategica per sostenere la propria transizione energetica e industriale.
Accanto agli Stati, emergono attori privati come The Metals Company, sostenuti da sponsorizzazioni statali e, in alcuni casi, da interessi militari indiretti. Il coinvolgimento del Pentagono nei progetti di raffinazione dei noduli polimetallici segnala come la dimensione industriale e quella della sicurezza nazionale siano sempre più intrecciate.
La visione del Messaggero Marittimo Per Il Messaggero Marittimo, il dibattito sul deep-sea mining e sulle terre rare non può essere ridotto a una contrapposizione ideologica tra sviluppo e ambiente. È invece uno dei nodi centrali attraverso cui si ridefiniranno i rapporti di forza globali nei prossimi decenni. La transizione energetica, per quanto necessaria, è un processo material-intensive: richiede quantità crescenti di metalli critici e di tecnologie avanzate, il cui controllo determina vantaggi competitivi, industriali e strategici.
In questo scenario, lo sviluppo dell’underwater, sia pubblico sia privato, assume un valore che va ben oltre la dimensione estrattiva. La capacità di operare in ambiente subacqueo, di proteggere infrastrutture critiche, di sviluppare sensoristica, robotica, materiali avanzati e sistemi di comunicazione sottomarina è parte integrante della sovranità tecnologica di un Paese. Non è un caso che i principali investimenti si concentrino proprio nei Paesi con una visione industriale di lungo periodo e una forte integrazione tra Stato, ricerca e impresa.
L’Italia e l’Europa si trovano di fronte a una scelta strategica. Restare spettatori di una corsa guidata da altri significherebbe accettare una nuova forma di dipendenza, questa volta non solo dalla superficie terrestre, ma anche dai fondali. Al contrario, investire in ricerca, governance multilaterale e tecnologie sostenibili per l’underwater può rappresentare un’occasione per coniugare sicurezza degli approvvigionamenti, tutela dell’ambiente e autonomia industriale.
Il deep-sea mining non è soltanto una sfida mineraria. È un banco di prova della capacità dell’ordine internazionale di governare i beni comuni globali in un’epoca di competizione strategica. Ed è, soprattutto, un indicatore precoce di come si giocheranno le grandi partite del potere economico e tecnologico del XXI secolo, là dove il mare smette di essere confine e diventa spazio strategico.
“La profondità del potere: l’Italia nella guerra silenziosa dei fondali”
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