Traghetti, chimichiere e gasiere: una mattina sulla pilotina per scoprire da vicino il lavoro dei Piloti nel cuore del porto di Livorno
LIVORNO – Una mattinata sulla pilotina del Corpo Piloti del porto di Livorno insieme al capo pilota Marino Biancotti. Tre interventi, dal traghetto alla
chimichiera fino alla gasiera, per osservare da vicino un mestiere essenziale e poco visibile. Sullo sfondo, un porto sempre più stretto davanti al gigantismo navale e la necessità della Darsena Europa.
Ci sono mestieri senza i quali un porto semplicemente non potrebbe funzionare e che, paradossalmente, restano quasi invisibili a chi quel porto lo osserva da terra. Quello del pilota è uno di questi. Per alcune ore una troupe del Messaggero Marittimo è salita a bordo di una pilotina del Corpo Piloti del porto di Livorno, accompagnata dal capo pilota Marino Biancotti, seguendo sul campo tre servizi molto diversi tra loro.
È stato un modo per entrare nella parte meno visibile della vita quotidiana dello scalo: quella che comincia quando la pilotina lascia l’ormeggio, raggiunge una nave e il pilota sale a bordo per assisterne l’ingresso o l’uscita dal porto.
Tre interventi sono bastati per mostrare quanto possano cambiare le condizioni operative da una nave all’altra. Il primo servizio ha riguardato Mega Serena di Corsica Ferries, traghetto passeggeri impiegato nei collegamenti tra Livorno e la Sardegna.
Una nave che Biancotti descrive come particolarmente manovriera grazie alle due eliche, ai due timoni e alle eliche trasversali di prua.
Ma nel pilotaggio portuale la normalità dura soltanto finché le condizioni lo consentono. “Il traghetto quando arriva con il Libeccio deve entrare perché i passeggeri devono sbarcare”, spiega Biancotti. Con vento fino a 30 nodi, anche quella che in condizioni ordinarie rappresenta una manovra relativamente semplice può richiedere l’impiego dei rimorchiatori e trasformarsi in un’operazione ben più complessa.
Dalla chimichiera alla gasiera
Il secondo intervento ha portato i Piloti verso una realtà completamente diversa: una piccola chimichiera di circa 90 metri, destinata al terminal Costiero Doc nel canale industriale, con un carico indicato da Biancotti nell’ordine delle 4-5 mila tonnellate. Per raggiungere l’ormeggio la nave utilizza un rimorchiatore.
Ancora diverso il terzo servizio, quello a una gasiera carica di GPL, anch’essa diretta nella parte più interna del canale industriale.
Qui cambia tutto: La natura del carico impone procedure specifiche, tempi più rigorosi e un dispositivo
operativo maggiore: tre rimorchiatori e la scorta della motovedetta della Capitaneria di porto. La manovra deve inoltre essere organizzata evitando l’incrocio con altre navi.
Ed è proprio osservando queste operazioni dalla pilotina che diventa evidente quanto il porto sia un sistema nel quale ogni movimento dipende dagli altri.
Durante la mattinata, infatti, le tre navi hanno dovuto attendere l’uscita di una Eurocargo di circa 200 metri dal canale industriale, assistita da due piloti. Contemporaneamente, fuori dal porto si trovava una portacontainer MSC di circa 300 metri, mentre un’altra nave lasciava il Molo Italia e un’altra ancora si preparava all’ingresso, “Il traffico a Livorno non manca”, sintetizza Biancotti.
Quando il porto diventa stretto
È però parlando delle grandi portacontainer che il racconto della giornata cambia prospettiva e diventa anche una riflessione sul futuro dello scalo.
Il problema non è soltanto quante navi arrivino, ma quanto siano diventate grandi.
“Il porto di Livorno è bello, è divertente, ma è stretto”, osserva il capo pilota. Gli spazi di manovra sono limitati mentre il gigantismo navale continua a spingere verso dimensioni sempre maggiori. Una portacontainer di 300 metri di lunghezza e circa 40 di larghezza rappresenta ormai una presenza ordinaria nei grandi traffici internazionali, ma nel porto attuale di Livorno significa lavorare vicino ai limiti imposti dalla sua configurazione.
“È una di quelle manovre che è abbastanza al limite proprio per la natura del porto”, spiega Biancotti.
Ed è qui che una mattinata trascorsa su una pilotina finisce inevitabilmente per incrociare uno dei grandi dossier infrastrutturali della portualità italiana.
Secondo il capo pilota sono proprio navi di queste dimensioni ad aver contribuito a spingere Livorno verso la progettazione della Darsena Europa: “Qui siamo veramente nello stretto per i grandi contenitori moderni”.
Vista dalla pilotina, allora, la grande infrastruttura smette per qualche momento di essere soltanto un progetto fatto di dragaggi, banchine, fondali e investimenti. Diventa la risposta a qualcosa che accade già oggi, ogni volta che una nave di 300 metri deve essere accompagnata dentro uno spazio portuale progettato quando il gigantismo navale contemporaneo ancora non esisteva.
E proprio qui emerge il valore del pilotaggio. Tecnologia, rimorchiatori e strumenti di navigazione sono indispensabili, ma alla fine rimane una componente difficilmente sostituibile: la conoscenza quotidiana del porto, dei suoi fondali, degli spazi disponibili, del vento e del comportamento delle diverse navi.
Per qualche ora abbiamo osservato tutto questo dal mare, passando da un traghetto a una chimichiera e infine a una gasiera. Tre servizi ordinari per il Corpo Piloti, sufficienti però a comprendere quanto dietro ogni nave che entra ed esce apparentemente senza difficoltà ci sia una macchina complessa fatta di uomini, mezzi, coordinamento e responsabilità.
Da terra vediamo una nave entrare in porto. Dalla pilotina si comprende quanto lavoro serva per farla arrivare fin lì.
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