Extraprofitti. Siamo certi di sapere di che cosa si parla?

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LIVORNO – A proposito del gran parlare – spesso senza troppa cognizione di causa – che si va facendo a proposito dell’ipotesi di tassare i così detti, ma non ben definiti, extraprofitti, occorre tenere ben presente che il concetto di extraprofitto non si regge su alcun ragionevole fondamento giuridico né è previsto in alcuna legge dello Stato e richiama molto il trito assioma, superato dai tempi e dalla storia, che si ostina ad associare il capitale ad un furto.

Nel diritto e nella legislazione del mondo civile, infatti, esistono solo le perdite e i profitti e, sempre nel mondo civile, questi ultimi vengono regolarmente sottoposti a tassazione.

Che l’impresa abbia come fine primario quello di produrre profitto sembra del tutto pacifico, a patto che ciò avvenga nell’ambito della legalità, e, del resto, l’imprenditore che, rischiando il proprio capitale si avvale di fatti e circostanze impreviste che incrementano i propri profitti, ha tutto il diritto di trarne i vantaggi che la sorte gli offre senza doversi vedere additare come un bieco profittatore.

Perché chi sostiene di tassare gli “extraprofitti”, senza comunque ben definirli e senza precisare da qual punto in poi il profitto diventa “extra”, non si fa avanti anche quando si tratterebbe di sovvenire ad eventuali extraperdite?

Pensiamo anche che “extra” significa ” al di fuori”, ma, al di fuori di che cosa? Forse al di fuori di un limite. Ma un tale limite è mai stato imposto? E, se mai, da chi e in quali termini?

Alla luce di queste semplicissime considerazioni appare sempre più chiaro che si vorrebbe tassare qualcosa di indefinito o, comunque, di non ben definito ed è di palmare evidenza che nella politica e nei provvedimenti fiscali il primo fattore deve essere proprio l’esattezza di calcolo e la precisione di ambito.

Come non pensare che soluzioni di tal fatta non richiamino e configurino certe forme di onanismo mentale spesso praticato nei frontisterii di ciò che sopravvive del socialismo reale?

Una tassa di tal genere, sostenuta dalle sinistre finirebbe, inoltre, per penalizzare e addirittura punire il mercato. Ma punire per che cosa? Il mercato si deve regolamentare, ma non si può imbrigliare. E poi, come non comprendere che la connotazione punitiva di un tale provvedimento avrebbe come effetto quello di allarmare gli investitori con sicuro nocumento per l’economia generale e di frenare la crescita e l’occupazione?

Parlando delle “odiate” banche, inoltre, che innegabilmente non sono davvero istituti di beneficenza e che non mancano certo di “difetti”, non dobbiamo certo dimenticare che esse si sorbiscono quei 300 miliardi – più o meno – di titoli di Stato che ci consentono di tirare avanti.

Secondo Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia, si tratterebbe di una imposizione profondamente ingiusta, oltre che di nessuno fondamento giuridico reale, anzitutto perché è praticamente impossibile stabilire, con la precisione dovuta, dove comincia il fatidico “extra”, in secondo luogo, perché il produrre utile per un’impresa, oltre che condizione per la sua sopravvivenza, è un fatto del tutto normale e va da sé che anche le situazioni di profitto straordinario rientrano nel gioco. Per tutto ciò esistono già forme e sistemi di regolare tassazione.

La maggior parte delle imprese degne di tale nome, infine, destina il surplus di utili agli investimenti espandendo l’economia e i posti di lavoro.

Insomma, non vogliamo, non dobbiamo e non possiamo cadere in categorie di pensiero per cui produrre legittimamente utili, regolarmente tassati a vantaggio dell’intera collettività, rischiando in proprio sia, più o meno, come rubare.

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Tags: Economia
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