Sulle navi mercantili arriva la figura della psicologa: Valentina Gigante, intervistata in esclusiva dal Messaggero Marittimo ci racconta il suo lavoro pregi e difetti
LIVORNO – “Il mondo marittimo è una bolla, e come tutte le bolle rischia di scoppiare se non si crea un dialogo con la terraferma.” Così Valentina Gigante descrive con lucidità il senso profondo della sua missione: portare la psicologia là dove nessuno aveva mai pensato di farla salpare.
Professionista appassionata e viaggiatrice per indole, Gigante è una delle prime psicologhe di bordo italiane, oggi attiva sulle navi RoRo Pax — quelle imbarcazioni ibride che trasportano merci e passeggeri. Il suo lavoro si muove lungo le linee instabili dell’equilibrio emotivo di chi vive per mesi lontano da casa, in ambienti isolati, a stretto contatto con pochi compagni e con il mare come unico orizzonte.
“Non arrivo dal mondo marittimo,” spiega, “ma ho sempre viaggiato. La mia è una vita che si è costruita attorno al movimento. Questo mi ha preparata a comprendere meglio chi, per mestiere, vive sospeso tra porti e partenze.”
L’ambiente di bordo, racconta, è completamente differente da quello terrestre. Non solo per la routine o gli spazi ristretti, ma per la natura stessa dei rapporti: “Ci sono differenze enormi. Quando ho iniziato, il mio ruolo era del tutto inedito, e non tutti avevano gli strumenti per capirlo. Ma col tempo, la presenza viene accettata, anzi, desiderata. Più si resta insieme a bordo, più si costruisce fiducia.”
Una nave non è un ambulatorio
L’approccio di Gigante non ha nulla a che vedere con la clinica tradizionale. “Una nave non è il luogo né il momento adatto per la terapia. Il mio è un lavoro di prevenzione, supporto, coaching. È un’attività legata anche alla sicurezza: il benessere psicologico dei marittimi incide sulle prestazioni, sulle relazioni, sulla vita di bordo nel suo complesso.”
Le problematiche più diffuse? Isolamento, lontananza, mancanza di riferimenti stabili. “Un marittimo medio sta anche otto mesi l’anno fuori casa. Vive in una realtà chiusa, scollegata da quella terrestre. Per questo serve un ponte, un punto di contatto, e la mia presenza vuole essere proprio questo.”
Il metodo adottato è tanto pratico quanto inclusivo. “Ho lavorato fin dall’inizio per rendere naturale rivolgersi a me. È importante rompere lo stigma: andare dallo psicologo non è un segno di debolezza. Anzi, a bordo questo gesto diventa un atto di forza e maturità. Dopo un po’, sono anche i colleghi stessi a cercarmi spontaneamente.”
Il sostegno degli armatori
Sorprendentemente, è proprio dagli armatori che arriva un sostegno convinto. “Sono stati loro a volermi. Hanno capito che la cura delle risorse umane non è un lusso ma un investimento. I dati che restituisco non sono solo qualitativi ma anche quantitativi. Un buon clima di bordo ha ricadute tangibili sul piano economico.”
E poi c’è un’altra dimensione: quella del genere. In un settore ancora fortemente maschile, essere donna e psicologa a bordo non è affatto scontato. “Non mi sono mai posta il problema. Certo, siamo poche — forse il 10% — ma non lo vivo come un limite. Semmai è un’occasione per rompere un pregiudizio e riformularlo in chiave positiva. La differenza può essere una risorsa.”
Una professione da esplorare
Il caso di Valentina Gigante racconta una sperimentazione professionale coraggiosa e necessaria. In un mondo dove il lavoro marittimo è ancora percepito come immune alle fragilità psicologiche, la sua figura apre una breccia di consapevolezza e umanità.
Un giorno, forse, ogni equipaggio avrà il proprio psicologo a bordo, così come oggi ha un comandante, un motorista e un medico. Perché anche il benessere mentale, come la rotta, va tracciato e monitorato. E talvolta, serve qualcuno che lo faccia con la bussola dell’ascolto.
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