Hormuz, timori per un blocco prolungato

L’Iran valuta pedaggi fino a 2 milioni per nave?

HORMUZ – La quarta settimana di conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran segna un passaggio decisivo, con l’ultimatum di 48 ore lanciato da Donald Trump ormai scaduto. Il presidente americano ha minacciato attacchi contro infrastrutture energetiche iraniane qualora lo Stretto di Hormuz non venga completamente riaperto, mentre Teheran ha risposto ventilando una chiusura totale e a tempo indeterminato. La posizione iraniana, illustrata dal rappresentante presso l’International Maritime Organization, Ali Mousavi, prevede formalmente il mantenimento del transito marittimo, ma con l’esclusione delle navi riconducibili ai Paesi considerati ostili. Una limitazione che, nei fatti, sta rendendo lo stretto impraticabile per gran parte del traffico commerciale internazionale. Nelle ultime ore, tuttavia, la linea di Teheran si è ulteriormente irrigidita, aumentando il rischio di una chiusura completa.

Parallelamente, cresce la tensione anche in un secondo snodo strategico: lo stretto di Bab el-Mandeb. Le forze navali della Combined Maritime Forces hanno segnalato un aumento del rischio per la navigazione a causa delle nuove minacce dei ribelli Houthi movement, attivi da tempo contro il traffico commerciale nella regione.

Confitarma

Secondo l’analisi della società danese Sea-Intelligence, come riporta il sito specializzato splash247.com, sarebbe un errore considerare temporanea la crisi di Hormuz. Il confronto con quanto accaduto nel Mar Rosso alla fine del 2023 è indicativo: anche in quel caso si prevedeva una breve durata delle tensioni, mentre a distanza di oltre due anni il traffico containerizzato resta ancora fortemente limitato. Gli analisti ipotizzano inoltre che proprio la crisi del Mar Rosso possa aver rappresentato un banco di prova per la strategia attuale iraniana. In questo scenario, non si esclude che l’accesso allo Stretto di Hormuz possa diventare selettivo e condizionato, consentito solo alle navi provenienti da Paesi non ostili e, potenzialmente, soggetto al pagamento di pedaggi.

Il rischio, sottolineano gli esperti, è che la leva dell’insicurezza marittima venga utilizzata come strumento geopolitico. Rendere troppo pericoloso il transito, infatti, può trasformarsi in un efficace mezzo di pressione internazionale, replicando quanto già osservato nel Mar Rosso con le azioni degli Houthi, capaci di amplificare il proprio peso strategico ben oltre le capacità militari dirette.

Tiene banco intanto  l’ipotesi che l’Iran stia introducendo un sistema di pedaggi selettivi per il transito nello Stretto. Secondo fonti vicine a Teheran, alcune compagnie avrebbero già versato cifre fino a 2 milioni di dollari per ottenere il via libera all’attraversamento, segnando un possibile cambio di paradigma nella gestione della rotta. A sostenere apertamente questa linea è stato il parlamentare Alaeddin Boroujerdi, che ha parlato di un vero e proprio “regime sovrano” giustificato dai costi del conflitto in corso. L’obiettivo sarebbe quello di trasformare il libero passaggio in un sistema regolato, basato su autorizzazioni preventive e su un controllo stringente del traffico. Nel concreto, il nuovo modello prevederebbe che petroliere e navi cargo richiedano un’autorizzazione anticipata alle autorità iraniane e paghino un pedaggio per transitare nei corridoi monitorati, sotto la supervisione dei Islamic Revolutionary Guard Corps. Non si tratterebbe quindi di una chiusura totale dello stretto, ma di una gestione selettiva dei flussi, con il blocco o la limitazione delle navi legate a Paesi considerati ostili.

Questo approccio sembra già avere effetti tangibili: nella terza settimana di conflitto, i transiti risultano inferiori del 95% rispetto ai livelli precedenti alla crisi, mentre si moltiplicano le indiscrezioni su accordi informali tra armatori e autorità iraniane per garantire il passaggio in sicurezza. Le ricadute sui mercati energetici sono già evidenti. L’incertezza legata a un possibile sistema di pedaggi e alla selettività dei transiti sta alimentando tensioni sui prezzi del petrolio, oltre a un aumento dei costi assicurativi e dei noli marittimi. Particolarmente esposti risultano i grandi importatori asiatici, fortemente dipendenti dalle forniture del Golfo.

Nel medio periodo, lo scenario potrebbe accelerare le strategie di diversificazione delle rotte e delle fonti energetiche, spingendo verso alternative terrestri o verso un maggiore ricorso al gas naturale liquefatto. Resta però elevato il rischio di escalation: la trasformazione dello stretto in un passaggio condizionato e a pagamento potrebbe innescare reazioni internazionali volte a garantire la libertà di navigazione in una delle aree più sensibili per il commercio globale.

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Tags: Geopolitica, Shipping
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