Il governo valuta il Nord Est per un deposito strategico UE: in corsa anche Venezia e Ravenna
TRIESTE – Il porto di Trieste si candida a diventare uno dei principali hub europei per lo stoccaggio delle terre rare e delle materie prime critiche, fondamentali per lo sviluppo di tecnologie come batterie elettriche, pannelli fotovoltaici e microchip. L’ipotesi, avanzata dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, nasce su impulso della Commissione europea, che ha chiesto agli Stati membri di individuare siti strategici per rafforzare l’autonomia dell’Unione in un contesto geopolitico sempre più instabile. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dall’estero – in particolare dalla Cina – per l’approvvigionamento di risorse considerate essenziali per la transizione energetica e digitale. In questo quadro, l’Italia si è proposta per ospitare uno dei depositi strategici europei, con il Nord Est individuato come area più idonea per posizione geografica e connessioni industriali.

Trieste emerge come uno dei candidati più solidi grazie alle sue caratteristiche infrastrutturali: fondali profondi adatti a grandi navi, disponibilità di retroporti e una rete logistica avanzata, che include collegamenti ferroviari verso Austria, Germania e l’Europa centrale. A questi elementi si aggiunge il regime di porto franco, che consentirebbe lo stoccaggio delle merci in condizioni di extraterritorialità doganale, oltre alla presenza di poli logistici come l’area di Bagnoli della Rosandra.
Il progetto prevede la realizzazione di un primo deposito “pilota” a livello europeo, destinato a rifornire le industrie lungo l’asse del Brennero e più in generale il cuore manifatturiero del continente. La struttura dovrà integrare porto, retroporto e piattaforme logistiche di ampia scala, in grado di garantire continuità nelle forniture anche in caso di crisi delle catene globali.

Accanto a Trieste restano in corsa anche Porto Marghera, sostenuto dalla Regione Veneto e forte dell’interporto di Verona, e il porto di Ravenna. Il governo sta conducendo valutazioni tecniche e confronti istituzionali per individuare la soluzione più efficace, con l’obiettivo di presentare un dossier a Bruxelles entro l’autunno.
L’iniziativa si inserisce nella strategia europea sulle materie prime critiche, che punta a diversificare le fonti di approvvigionamento, incentivare il riciclo e creare scorte strategiche. Le stime indicano una crescita esponenziale della domanda: entro il 2050 il fabbisogno di terre rare potrebbe aumentare fino a dodici volte, mentre per il litio si parla di un incremento fino a sessanta volte.
Il progetto è sostenuto da parte del mondo industriale, che vede nell’hub un’opportunità per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e la competitività europea. Non mancano tuttavia posizioni critiche, soprattutto sul rischio che i territori ospitanti vengano destinati a semplici funzioni di stoccaggio senza un parallelo sviluppo industriale.
Il tema delle terre rare, già affiorato in passato – come nel caso del carico di coltan arrivato a Trieste nel 2018 dal Venezuela – torna così al centro del dibattito strategico. Oggi, però, con un peso ben diverso: quello di una partita chiave per l’autonomia industriale ed energetica dell’Europa.
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