Duecento Stati all’ONU, Trump e Xi trattano sulle leve che possono cambiare davvero gli equilibri: tecnologia, dazi, terre rare, Taiwan ed energia
WASHINGTON – Xi sceglie Washington mentre il mondo si riunisce all’ONU. Dazi, terre rare, intelligenza artificiale, Taiwan, Iran ed energia: Stati Uniti e Cina provano a stabilire non come chiudere la loro rivalità, ma quali parti convenga ancora combattere.
A New York quasi duecento Paesi sono riuniti per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. A Washington Donald Trump riceve Xi Jinping. I due appuntamenti si svolgono a poche centinaia di chilometri di distanza e sembrano appartenere a due epoche diverse delle relazioni internazionali.
Nella prima città sopravvive l’idea, nata dalle macerie del Novecento, che il potere debba essere contenuto dentro regole comuni; nella seconda le due maggiori potenze economiche del pianeta discutono direttamente di semiconduttori, terre rare, intelligenza artificiale, energia, Taiwan, Iran e dazi.
Xi ha scelto la Casa Bianca e non il Palazzo di Vetro: la coincidenza non certifica la morte dell’ONU e sarebbe semplicistico leggerla come la nascita di un direttorio sino-americano. Dice però qualcosa di meno solenne e più importante: la rappresentanza del mondo e la capacità di condizionarlo non abitano necessariamente nello stesso luogo. Quando all’ONU uno Stato prende la parola esercita un diritto; quando Washington limita una tecnologia o Pechino restringe una materia prima esercitano una leva, la differenza sta tutta nelle conseguenze.
Trump e Xi arrivano al vertice dopo quasi due anni trascorsi a verificare quanto possano danneggiarsi, hanno ottenuto una risposta piuttosto precisa: molto, ma difficilmente senza danneggiare anche se stessi.
Alla vigilia hanno quindi prorogato di due mesi, fino al 10 gennaio, la tregua commerciale che sarebbe scaduta a novembre. Non è un disgelo né fiducia, è una scelta assai più interessante perché nasce dalla diffidenza: entrambi hanno scoperto che l’interdipendenza può essere utilizzata come arma, purché si accetti che l’arma abbia due impugnature.
I dazi hanno colpito il commercio cinese con gli Stati Uniti senza spezzare la macchina industriale di Pechino; le restrizioni cinesi sui minerali critici hanno mostrato a Washington che riportare a casa una filiera è molto più complicato che annunciarlo. Dopo l’escalation che aveva portato le tariffe reciproche a livelli a tre cifre, oggi il problema non è più capire se Stati Uniti e Cina possano farsi male, è stabilire quanto dolore siano disposti a sopportare per infliggerne di più all’altro.
Ed è qui che la lunga lista di dossier sul tavolo acquista una logica: Dazi, terre rare, AI, Taiwan, Iran, energia, agricoltura e commesse industriali sembrano questioni differenti, ma ruotano intorno alla stessa domanda: che cosa può ancora essere lasciato al mercato e che cosa è diventato troppo importante per non essere controllato dallo Stato?
Un bene di consumo può continuare a essere soprattutto una merce; un semiconduttore avanzato, un magnete permanente, un algoritmo dual use, una capacità di calcolo o una materia prima critica ormai incorporano una quota di sovranità. Persino soia, petrolio, GNL e aerei civili cambiano natura quando entrano nel negoziato tra Washington e Pechino: smettono di essere soltanto prodotti e diventano concessioni da contabilizzare.
Il grande disaccoppiamento sino-americano, annunciato per anni quasi fosse inevitabile, si sta rivelando molto più difficile da realizzare che da pronunciare. Le due economie possono duplicare fornitori, incentivare produzioni nazionali, spostare investimenti e proteggere tecnologie sensibili; separarle completamente significherebbe però sostenere costi enormi e rinunciare a vantaggi che entrambe continuano a utilizzare. Il risultato potrebbe essere qualcosa di più selettivo e probabilmente più duraturo: non smettere di commerciare, ma decidere che cosa non può più essere soltanto commercio. Se Trump e Xi riuscissero a rendere stabile questa distinzione, non avrebbero concluso la guerra economica, l’avrebbero resa più intelligente.
La posizione dei due leader, tuttavia, non è simmetrica: Trump porta al tavolo una potenza americana che rimane formidabile e una situazione politica interna molto meno confortevole. L’ultimo Reuters/Ipsos assegna al presidente il 32% di approvazione, il livello più basso della sua carriera politica; appena il 17% degli intervistati approva la gestione del costo della vita, mentre i democratici precedono i repubblicani di otto punti nelle intenzioni di voto per le elezioni di metà mandato. L’immigrazione, terreno sul quale Trump aveva costruito una parte decisiva della propria forza politica, registra un’approvazione nazionale del 36%. A questo si aggiunge la guerra con l’Iran, che avrebbe dovuto dimostrare ancora una volta la capacità americana di imporre tempi e condizioni e che invece continua a produrre costi politici ed economici.
Non significa che Trump sia debole davanti a Xi, ha solo molta fretta. Gli Stati Uniti conservano dollaro, finanza, capacità militare, università, imprese tecnologiche e una posizione dominante nei segmenti più avanzati dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale. Ma Trump deve trasformare almeno una parte di questa superiorità in qualcosa che possa essere mostrato all’elettorato: acquisti agricoli cinesi, commesse per Boeing, concessioni commerciali, accesso più stabile ai minerali critici. Non gli basta che un accordo sia vantaggioso; deve essere riconoscibile come suo.
Xi arriva con fragilità economiche altrettanto serie: domanda interna debole, squilibri immobiliari, sovracapacità produttiva e necessità di mantenere aperti i mercati internazionali. Ma dispone di una risorsa che alla Casa Bianca manca per definizione: un orizzonte politico non scandito dalle elezioni di novembre. Trump negozia anche contro il calendario, Xi può utilizzare il calendario come parte del negoziato.
La Cina, soprattutto, ha imparato a rispondere alla superiorità tecnologica americana agendo più in basso nella catena del valore. Washington ha costruito controlli sempre più sofisticati per limitare l’accesso cinese ai chip e alle tecnologie più avanzate; Pechino ha replicato mostrando che il futuro digitale continua ad avere bisogno di miniere, raffinazione, magneti e processi industriali molto materiali.
Le terre rare sono diventate il simbolo di questa vulnerabilità reciproca, non basta trovare un giacimento alternativo: bisogna estrarre, separare, raffinare, trasformare, costruire componenti e sviluppare competenze. Un governo può vietare un’esportazione in poche ore; una filiera concorrente può richiedere anni.
La lezione è scomoda soprattutto per Washington, perché ribalta una convinzione coltivata a lungo dall’Occidente: possedere la tecnologia più avanzata non significa necessariamente controllare tutto ciò che serve per produrla. Gli Stati Uniti hanno insegnato alla Cina che la dipendenza tecnologica è una vulnerabilità strategica. Pechino ha imparato la lezione e l’ha applicata alle dipendenze industriali americane.
È questo, più dei dazi, ad aver modificato il negoziato. Trump può minacciare l’accesso al mercato americano e alla frontiera tecnologica; Xi può rendere più costoso sostituire ciò che la Cina produce o lavora, ma nessuno dei due possiede l’autosufficienza che la retorica politica ama promettere. Possiedono invece vulnerabilità differenti e abbastanza potere da trasformarle in moneta negoziale.
L’intelligenza artificiale porta questa contraddizione quasi al paradosso; Washington e Pechino discutono di meccanismi di comunicazione per evitare incidenti gravi legati ai sistemi più avanzati e hanno previsto nuovi colloqui sulla sicurezza dell’AI, contemporaneamente competono per chip, capacità di calcolo, modelli e applicazioni militari. Non c’è incoerenza: possono avere interesse comune a evitare che l’intelligenza artificiale sfugga al controllo e nessun interesse a rinunciare alla possibilità di controllarne più dell’avversario. La cooperazione, in questo caso, non attenua la competizione. Serve a impedirle di diventare ingestibile.
Taiwan stabilisce il limite di questo pragmatismo: Pechino considera l’isola parte del proprio territorio e vuole che Washington riduca il sostegno militare a Taipei; gli Stati Uniti sanno che arretrare avrebbe conseguenze che superano Taiwan e investono l’intera credibilità americana nell’Indo-Pacifico. Qui non esiste una quantità sufficiente di soia, Boeing o riduzioni tariffarie capace di risolvere la contraddizione.
Il fatto che Trump abbia definito le forniture militari americane una carta negoziale rende semmai ancora più evidente quanto commercio e sicurezza siano ormai mescolati. Taiwan non siede all’ONU come Stato membro, ma può condizionare un vertice fra due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Anche questa è una fotografia piuttosto efficace della distanza tra forma e sostanza del sistema internazionale.
La questione Iran apre ancora un altro fronte, Pechino mantiene relazioni importanti con Teheran e Washington ha interesse a capire quanto la Cina sia disposta a utilizzare la propria influenza. Ma qui entra in gioco anche l’energia: la Cina ha bisogno di approvvigionamenti sicuri e di rotte funzionanti; gli Stati Uniti sono contemporaneamente produttori energetici, potenza militare globale e garanti di un sistema di sicurezza marittima dal quale beneficia anche il principale concorrente strategico americano.
È una delle contraddizioni meno raccontate della rivalità: Pechino vuole ridurre la capacità americana di condizionarla, ma una parte della prosperità cinese continua a muoversi dentro un sistema internazionale che per decenni è stato protetto soprattutto dalla potenza statunitense.
Washington, però, non può abusare facilmente di questo vantaggio. Una crisi energetica sufficientemente grave da mettere in difficoltà la Cina alzerebbe prezzi, costi industriali e inflazione anche negli Stati Uniti e tra gli alleati. Ancora una volta, la capacità di colpire l’avversario incontra il costo di vivere nello stesso sistema economico.
Per questo la proroga della tregua commerciale conta più di quanto suggerisca la parola “tregua”. Stati Uniti e Cina non stanno tornando indietro rispetto alla competizione strategica. Stanno cercando di separare il conflitto che ritengono necessario dal danno che considerano inutile.
È una fase più matura della rivalità e proprio per questo potenzialmente più dura: meno gesti indiscriminati, maggiore concentrazione sui settori che determinano capacità industriale, tecnologica e militare.
È a questo punto che il vertice torna a incrociare l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Non perché Trump e Xi stiano sostituendo l’ONU, ma perché i due eventi mostrano due forme diverse di potere. A New York quasi duecento Stati cercano una legittimità comune per affrontare guerre, clima, tecnologia e sicurezza. A Washington due Stati verificano direttamente che cosa possano concedersi, negarsi o scambiarsi sugli stessi dossier.
L’ONU continua a essere indispensabile proprio perché il mondo non può essere ridotto alla relazione sino-americana. Ma l’uguaglianza giuridica degli Stati non cancella la disuguaglianza materiale delle loro capacità. Nel Palazzo di Vetro quasi tutti possono parlare. Fuori, pochissimi possono interrompere una filiera globale.
L’Europa dovrebbe guardare a Washington partendo da qui, evitando sia l’anti-americanismo di maniera sia la fascinazione per un’autonomia strategica proclamata più spesso di quanto venga finanziata.
L’Unione possiede uno dei maggiori mercati del mondo, industrie avanzate, capitale, ricerca e una capacità normativa capace di condizionare le multinazionali, eppure dipende dagli Stati Uniti per una quota essenziale della propria sicurezza e per tecnologie decisive, mentre rimane esposta alla Cina in segmenti cruciali delle materie prime, della manifattura e delle tecnologie verdi.
Il problema non è che Bruxelles non abbia potere, ne ha molto, il problema è quale potere possieda: Washington può chiudere l’accesso a una tecnologia perché spesso controlla la tecnologia e l’ecosistema finanziario che la sostiene, Pechino può restringere un materiale perché ne domina lavorazione e capacità produttiva.
L’Europa eccelle nel definire le condizioni alle quali quelle tecnologie e quei prodotti possono entrare nel proprio mercato. È una forza enorme finché il mercato basta; lo diventa molto meno quando la questione è chi sappia produrre ciò di cui non si può fare a meno.
La sovranità europea non si costruisce quindi scegliendo se dipendere dagli americani o dai cinesi, si costruisce aumentando il costo che entrambi dovrebbero sostenere per ignorare gli interessi europei, significa tecnologia, difesa, energia, materie prime, capacità industriale e soprattutto capacità politica di decidere insieme. Altrimenti l’Europa rischia di essere il più ricco tra i soggetti chiamati ad adattarsi a decisioni prese altrove.
È questa la parte del vertice che dovrebbe interessare maggiormente Bruxelles. Non l’eventualità, piuttosto puerile, che Trump e Xi si dividano il mondo in due sfere d’influenza.
Il rischio reale è più sofisticato: che Washington e Pechino imparino a gestire bilateralmente le proprie dipendenze meglio di quanto l’Europa sappia gestire le sue. Non serve un accordo segreto. Basta che decidano quali settori proteggere, quali scambi preservare e quali vulnerabilità continuare a utilizzare, le conseguenze arriveranno comunque sul mercato europeo.
E qui il dualismo tra New York e Washington smette di essere una suggestione diplomatica e diventa la questione politica centrale: Il sistema nato dopo il 1945 presupponeva che la forza delle grandi potenze potesse essere progressivamente incanalata dentro istituzioni e regole. Il mondo che sta emergendo non cancella quelle istituzioni, ma restituisce alla disponibilità materiale degli strumenti — tecnologia, industria, energia, finanza, forza militare — un peso che trent’anni di globalizzazione avevano fatto sembrare meno brutale.
Trump e Xi non stanno decidendo il futuro del pianeta, Stanno però facendo qualcosa che forse conta di più nell’immediato: misurano fino a quale punto possano utilizzare il sistema globale contro l’altro senza compromettere la parte di quel sistema dalla quale dipendono entrambi.
Trump deve ottenere abbastanza da poter sostenere che la pressione americana abbia funzionato, Xi dal canto suo deve concedere abbastanza da mantenere aperta la relazione senza accettare che Washington stabilisca unilateralmente i confini dell’ascesa cinese.
Dietro la cerimonia della Casa Bianca c’è questo equilibrio assai poco cerimoniale: due potenze che vogliono essere meno dipendenti l’una dall’altra e che, proprio tentando di riuscirci, hanno scoperto quanto ancora lo siano.
A New York, intanto, il mondo continua legittimamente a cercare regole comuni, a Washington Stati Uniti e Cina stanno verificando quanta libertà abbiano ancora di stabilire le proprie. La questione per tutti gli altri, Europa compresa, non è scegliere quale dei due modelli preferire. È possedere abbastanza potere perché le regole degli altri non diventino semplicemente le proprie condizioni di esistenza.
Resta aggiornato su tutte le notizie dal mondo del trasporto e della logistica