Da Perim a Yanbu, gli Houthi stringono Riyadh sulle rotte energetiche mentre a Muscat rassicurano Washington
SANAA – A Muscat rassicurano Washington, davanti al Bab el-Mandeb conquistano Perim, sul territorio saudita cercano oleodotti, basi e infrastrutture energetiche. Gli Houthi stanno facendo convergere diplomazia e forza militare verso lo stesso obiettivo: trasformare la posizione conquistata sul Mar Rosso in una leva capace di pesare sulle scelte di Riyadh e, indirettamente, sui flussi di petrolio e merci tra Golfo, Asia e Mediterraneo.
La distanza tra una promessa diplomatica e una garanzia marittima, in questi giorni, passa per i meno di trenta chilometri del Bab el-Mandeb. Nel suo punto più stretto lo Stretto separa lo Yemen dal Corno d’Africa e l’isola di Perim ne divide le acque proprio dove le navi entrano o escono dal Mar Rosso.
Da pochi giorni quell’isola è nelle mani degli Houthi. Nello stesso momento il movimento yemenita assicura agli Stati Uniti di non voler colpire le loro navi e di voler rispettare il cessate il fuoco concordato nel maggio 2025. Non c’è necessariamente una contraddizione. Per capire cosa stia accadendo bisogna guardare insieme ciò che gli Houthi stanno dicendo e ciò che, intanto, hanno conquistato.
Il 13 settembre funzionari americani hanno incontrato riservatamente a Muscat rappresentanti del movimento, tra i quali Mohammad Abdulsalam. L’incontro, riferito a Reuters da cinque fonti e non confermato ufficialmente dal governo statunitense, sarebbe stato facilitato dall’Oman. Due fonti hanno raccontato che la delegazione yemenita ha assicurato di non voler prendere di mira le navi americane e di voler mantenere gli impegni raggiunti con Washington lo scorso anno. Il messaggio era arrivato un giorno dopo che Donald Trump aveva riferito di un contatto degli Houthi con gli Stati Uniti per chiarire di non voler aprire un conflitto con Washington.
È una scelta che ha una logica militare molto concreta. Combattere l’Arabia Saudita mantenendo gli Stati Uniti fuori dalla guerra permette agli Houthi di restringere il numero degli avversari proprio mentre cercano di consolidare i risultati ottenuti sul terreno. La campagna americana del 2025 aveva mostrato quanto il rapporto di forza potesse cambiare quando depositi, sistemi missilistici, infrastrutture e catene logistiche del movimento entravano stabilmente nel mirino statunitense. Evitare che accada di nuovo significa poter concentrare uomini e mezzi contro Riyadh e, nello stesso tempo, impedire che il conflitto torni ad assumere una dimensione multinazionale. 
L’Arabia Saudita ha evidentemente l’interesse opposto. Dopo l’avanzata yemenita Mohammed bin Salman ha cercato sostegno americano e incontrato a Gedda il comandante del Centcom, l’ammiraglio Brad Cooper. Washington continua a garantire cooperazione, intelligence e assistenza, ma finora non ha accettato di entrare direttamente nella guerra contro gli Houthi.
La distanza fra sostenere un alleato e combattere al suo fianco è diventata così uno degli elementi centrali della partita: mentre Riyadh cerca di allargare la risposta, il movimento yemenita lavora per lasciarla il più possibile sola sul campo.
La rapidità dell’offensiva spiega perché la questione abbia ormai superato la dimensione strettamente militare. Tra il 9 e l’11 settembre gli Houthi hanno conquistato gli ultimi porti rilevanti della costa yemenita del Mar Rosso ancora controllati dalle forze governative, insieme alla pianura costiera, alle Hanish e a Perim. Secondo fonti citate da Reuters, per l’operazione sarebbero stati concentrati circa 100 mila uomini senza che l’apparato saudita e le forze alleate riuscissero a valutarne in tempo dimensione e obiettivi. Oggi il movimento esercita di fatto il controllo sull’intera costa yemenita del Mar Rosso. La stabilizzazione di queste conquiste darebbe loro la possibilità di costruire una leva di lungo periodo sul traffico internazionale.
Sarebbe eccessivo attribuire a una piccola isola il potere di aprire e chiudere una delle principali rotte commerciali mondiali. Perim conta per qualcosa di più concreto: la sua posizione.
Prima dell’ultima offensiva gli Houthi erano già riusciti a condizionare il traffico nel Mar Rosso utilizzando missili, droni e mezzi navali da territori più lontani. Dal 2023 una parte consistente delle grandi compagnie aveva preferito circumnavigare l’Africa anziché esporre uomini, navi e carichi alla possibilità di un attacco. Adesso il movimento dispone anche di una presenza avanzata dentro il collo di bottiglia che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso.
Le conseguenze operative dipenderanno da come quella posizione verrà utilizzata. Osservazione, identificazione del traffico e capacità di minaccia possono però essere esercitate da distanze inferiori, e nel trasporto marittimo la distanza conta almeno quanto la gittata di un missile. Prima delle grandi deviazioni, attraverso il Bab el-Mandeb transitava una quantità di petrolio equivalente a circa il 7% della produzione mondiale. È una rotta sulla quale la percezione del rischio può produrre conseguenze economiche molto prima che venga impedito fisicamente il passaggio.
Armatori, assicuratori, noleggiatori, proprietari dei carichi e responsabili della sicurezza devono prendere decisioni prima che un attacco avvenga. Il pericolo potenziale entra così nei premi assicurativi, nel costo del bunker e nella disponibilità di tonnellaggio; quando la deviazione diventa necessaria, arrivano le miglia nautiche e i giorni di navigazione aggiuntivi. Una nave impegnata più a lungo nello stesso viaggio non è disponibile per quello successivo e una flotta mondiale che percorre più miglia per trasportare la stessa quantità di merci perde capacità senza aver perso una sola unità.
Il Mar Rosso lo ha già mostrato. La differenza è che una futura escalation partirebbe da una posizione territoriale Houthi più avanzata e troverebbe il sistema energetico regionale sotto pressione anche altrove.
Dall’altra parte della penisola arabica c’è Hormuz. Prima dell’attuale conflitto attraverso quello Stretto transitava circa un quinto del petrolio mondiale e l’Arabia Saudita aveva lavorato per decenni per ridurre la propria dipendenza da quella strettoia. La principale alternativa è la East-West Pipeline, la Petroline che attraversa per circa 1.200 chilometri il territorio saudita collegando i giacimenti orientali al Mar Rosso. Se l’uscita dal Golfo diventa insicura, il greggio può prendere la strada di Yanbu.
Nelle ultime settimane anche questa soluzione ha incontrato la guerra. Un attacco con droni ha danneggiato due stazioni di pompaggio e costretto Saudi Aramco a sospendere temporaneamente il funzionamento della condotta, restano incerti i tempi necessari per una piena riparazione. Proprio le difficoltà di Hormuz avevano aumentato il peso della Petroline, che prima dello stop trasportava nell’ordine di 4-5 milioni di barili al giorno. Il sistema costruito per distribuire il rischio su due mari si è trovato così a dover fronteggiare problemi su entrambi.
Yanbu è il punto nel quale questa vulnerabilità diventa visibile. Il grande terminal saudita sul Mar Rosso riceve il greggio trasportato dalla Petroline e rappresenta una delle infrastrutture che permettono a Riyadh di continuare a esportare evitando Hormuz. Dopo l’interruzione dell’oleodotto, le scorte presenti nell’area erano stimate sufficienti a sostenere appena cinque-sette giorni di esportazioni ai livelli precedenti. Nelle condizioni attuali, un fermo prolungato potrebbe sottrarre al mercato volumi equivalenti a circa il 4% dell’offerta mondiale.
La produzione saudita, naturalmente, non scompare. Il problema si sposta lungo la catena. Il greggio estratto vicino al Golfo deve raggiungere un terminal, trovare una nave e uscire dalla regione. Normalmente può farlo attraverso Hormuz; quando quella via diventa troppo rischiosa, la Petroline consente di attraversare il Paese e arrivare sul Mar Rosso. Una volta a Yanbu, però, il barile diretto verso l’Oceano Indiano incontra il Bab el-Mandeb, dove la posizione Houthi è appena cambiata. Verso nord esiste il collegamento con il sistema egiziano e quindi con il Mediterraneo, ma la capacità disponibile non può assorbire indefinitamente tutti i volumi delle altre rotte.
Le vulnerabilità non coincidono e non dipendono dallo stesso attore. Hormuz rimane legato al confronto con l’Iran, la Petroline attraversa il territorio saudita e il Bab el-Mandeb ha dinamiche militari proprie. Per chi deve consegnare fisicamente il petrolio, tuttavia, conta il risultato finale: ogni difficoltà riduce il numero delle alternative realmente disponibili e aumenta il valore di quelle rimaste aperte.
Gli effetti hanno già superato i confini della regione. La polacca Orlen, che riceve una quota importante del proprio greggio da Saudi Aramco, prevede per settembre arrivi dal terminal egiziano di Sidi Kerir per circa 2,1 milioni di barili, contro i 6,6 milioni di agosto. Le raffinerie continuano a funzionare grazie alla diversificazione e a carichi provenienti, tra gli altri, da Stati Uniti, Algeria e Norvegia.
È uno di quei casi nei quali la distanza geografica inganna. Un drone lanciato contro un’infrastruttura saudita non deve arrivare in Europa per modificare il funzionamento di una raffineria europea. Gli basta cambiare il percorso del greggio che quella raffineria aveva programmato di ricevere. A quel punto bisogna trovare un altro fornitore, un altro porto, una nave disponibile e spesso accettare un viaggio e un prezzo differenti. La sicurezza energetica, spogliata delle formule con cui viene abitualmente raccontata, è fatta soprattutto di questo.
Riyadh sta infatti cercando nuove combinazioni. Saudi Aramco ha iniziato a offrire ulteriori carichi ai raffinatori asiatici attraverso l’Oman, aprendo un’altra possibilità di approvvigionamento dopo gli attacchi. Il mercato ha reagito rapidamente: il 17 settembre il Brent è sceso dell’1,8% a 103,95 dollari al barile e il WTI dell’1,7% a 100,66, pur rimanendo entrambi sopra quota 100. Il giorno precedente il Brent aveva già perso quasi tre dollari. A muovere le quotazioni è bastata la prospettiva che una parte del greggio potesse trovare una nuova strada.
Per un Paese che possiede alcune delle maggiori riserve mondiali è un paradosso soltanto apparente. Il valore economico del petrolio dipende dalla capacità di estrarlo, ma in una crisi di questo tipo dipende sempre di più dalla possibilità di spostarlo. Oleodotti, terminali, stoccaggi e rotte navali diventano parte dello stesso sistema e ogni interruzione trasferisce pressione sul passaggio successivo.
Gli Houthi stanno agendo esattamente lungo questa catena. Il 16 settembre il portavoce militare Yahya Sarea ha rivendicato nuovi attacchi con missili balistici e droni contro infrastrutture Saudi Aramco a Yanbu e contro la King Khalid Air Base di Khamis Mushait.
Le dichiarazioni sui bersagli e sugli effetti non dispongono in tutti i casi di conferme indipendenti e devono essere attribuite al movimento. La scelta degli obiettivi resta però significativa: Yanbu appartiene al sistema energetico che consente a Riyadh di ridurre la dipendenza da Hormuz, mentre Khamis Mushait sostiene le operazioni aeree saudite contro lo Yemen. Pressione economica e pressione militare finiscono così per convergere sulla stessa decisione che gli Houthi cercano di modificare: quanto a lungo e a quale costo l’Arabia Saudita sia disposta a continuare la guerra.
Gli attacchi alle infrastrutture petrolifere saudite, intensificati da luglio, sono un tentativo di aumentare il prezzo politico ed economico della campagna di Riyadh. Le richieste attribuite al movimento comprendono la cessazione delle operazioni militari saudite, la fine del sostegno alle forze yemenite anti-Houthi, l’allentamento del blocco sui territori controllati dal gruppo e concessioni economiche.
Nelle ultime ore gli scontri sono proseguiti. L’aviazione saudita ha continuato a colpire obiettivi nello Yemen e gli Houthi hanno lanciato nuovi missili e droni verso il territorio del regno. Anche l’intercettazione del 15 settembre nei pressi della Mecca è entrata nella contesa politica. Riyadh ha accusato il movimento di aver tentato di minacciare la città santa e ha indicato qualsiasi attacco contro la Mecca come una linea rossa; gli Houthi hanno negato. Gli elementi pubblicamente disponibili non permettono di stabilire quale fosse il bersaglio finale del velivolo e rendono plausibili anche obiettivi militari o petroliferi più a nord, nell’area di Jeddah, Taif o Yanbu.
La destinazione del drone conta anche per un’altra ragione. Una minaccia deliberata contro la Mecca offrirebbe all’Arabia Saudita la possibilità di allargare il significato politico e religioso della guerra ben oltre lo Yemen. Sarebbe invece un costo enorme per gli Houthi, che in questa fase hanno interesse a evitare proprio la ricostruzione di una coalizione internazionale contro di loro. La battaglia militare e quella per delimitare politicamente il conflitto tornano così a incontrarsi.
È in questo punto che il colloquio di Muscat assume il suo peso reale. Gli Houthi possono cercare un’intesa con Washington e continuare contemporaneamente a colpire Riyadh perché le due azioni rispondono alla stessa esigenza: mantenere fuori dal conflitto l’avversario militarmente più pericoloso mentre aumenta la pressione su quello che combattono direttamente.
Le rassicurazioni offerte agli Stati Uniti dipenderanno dagli interessi politici che le sostengono e dalla durata del cessate il fuoco. Il controllo di Perim, delle Hanish e della costa yemenita del Mar Rosso appartiene invece alla situazione creata sul terreno. Anche se gli attacchi contro il traffico cessassero, quelle posizioni continuerebbero a esistere e con esse la capacità di essere utilizzate in una crisi successiva.
Per armatori e assicuratori è una distinzione sostanziale. Una compagnia può decidere che una rotta sia nuovamente percorribile perché non esiste un’intenzione immediata di colpirne le navi; non per questo può ignorare la capacità materiale di farlo. È nello spazio tra queste due valutazioni che si formano il rischio marittimo, il costo dell’assicurazione e, alla fine, la decisione di attraversare uno Stretto oppure aggiungere migliaia di miglia al viaggio.
Anche la strategia energetica saudita si trova davanti allo stesso problema. Per decenni Riyadh ha risposto alla vulnerabilità di Hormuz moltiplicando le alternative: oleodotti, terminali, stoccaggi, capacità sulle due coste. Era ed è una scelta razionale, ma gli eventi di settembre mostrano che nessuna infrastruttura elimina da sola la geografia. Sposta il petrolio verso un altro punto, dove ricominciano i problemi della sicurezza, della capacità disponibile e del mare.
La catena che parte dai giacimenti sauditi lo rende evidente. Le difficoltà di Hormuz aumentano l’importanza della Petroline; un attacco alla Petroline trasferisce il problema su Yanbu e sulle scorte; il greggio arrivato sul Mar Rosso deve poi trovare una rotta sicura; la nuova posizione Houthi sul Bab el-Mandeb entra nelle valutazioni degli armatori. Quando Riyadh riesce a offrire carichi attraverso l’Oman, il mercato riconosce immediatamente valore a quell’uscita e i prezzi reagiscono.
È in queste decisioni, molto più che nei chilometri quadrati conquistati, che comincia a misurarsi il risultato dell’offensiva Houthi. L’Arabia Saudita deve riconsiderare il costo della guerra, Washington il grado del proprio coinvolgimento, gli assicuratori il rischio, gli armatori le rotte e i raffinatori la provenienza del greggio. Nessuno di questi soggetti è controllato dagli Houthi. Tutti, però, devono ormai includerli nei propri calcoli.
La conquista di Perim acquista così un valore che supera quello dell’isola stessa. Non garantisce agli Houthi il dominio sul Bab el-Mandeb e non consegna loro il commercio mondiale, ma rende più credibile la capacità di interferire con una rotta che il mercato aveva già imparato a considerare vulnerabile. Se il controllo della costa verrà consolidato, questa capacità resterà anche quando la fase più intensa dei combattimenti sarà terminata.
È probabilmente questo il risultato che la diplomazia di Muscat cerca ora di proteggere. Gli Houthi hanno ottenuto sul terreno una posizione che permette loro di pesare sulle decisioni altrui senza dover necessariamente interrompere il traffico. Da quel momento il potere non si misura soltanto nelle navi effettivamente colpite. Comincia molto prima, quando un armatore, un governo o un raffinatore modifica una scelta perché deve mettere nel conto ciò che potrebbe accadere attraversando quelle acque.
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