Iran resiste: crisi per strategia USA e Israele

L’analisi dell’avvocato Alberto Batini sugli sviluppi della guerra Iran-Israele-USA e sui rischi per rotte marittime ed energia

LIVORNO – La ricostruzione dello scenario bellico che segue è stata fornita dall’avvocato Alberto Batini, professionista con

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Avv. Alberto Batini BTG LEGAL

una lunga esperienza nei settori dello shipping internazionale, delle assicurazioni e riassicurazioni marittime, dei porti e terminal e della cantieristica nautica.

Nel corso della sua carriera ha operato anche nell’industria delle assicurazioni marittime e presso studi legali londinesi del Magic Circle, maturando una competenza specialistica sui temi della sicurezza delle rotte commerciali e dei traffici energetici.

Proprio alla luce di questa esperienza nel mondo dello shipping e della logistica internazionale, gli abbiamo chiesto una valutazione sugli sviluppi del conflitto e sulle possibili implicazioni per la stabilità delle rotte marittime e dei mercati energetici globali.

a cura dell’avv. Alberto Batini

Quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato la loro operazione contro l’Iran, puntavano a un crollo rapido del regime. L’eliminazione di 48 figure di alto livello, tra cui il leader religioso Ali Khamenei, avrebbe dovuto portare Teheran a negoziare in condizioni di debolezza, mentre la guerra si spostava velocemente in una nuova fase.

Ma la strategia non ha funzionato. Al contrario, la morte del massimo leader sciita ha rafforzato il senso di martirio e coesione sociale. Lo scenario di rivolta interna previsto dagli strateghi occidentali si è trasformato nel suo opposto. L’Iran ha attivato immediatamente i piani di successione, nominando nuovi comandanti e mantenendo inalterata la continuità delle operazioni. Parallelamente, il regime porta avanti la diplomazia attraverso il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e la guerra tramite i Guardiani della Rivoluzione.

L’operazione militare e la reazione dei mercati

L’operazione, avviata sabato 28 febbraio, puntava a sfruttare la chiusura dei mercati globali. L’aspettativa era chiara: ottenere risultati militari immediati, costringere l’Iran a indietreggiare e aprire i mercati energetici con prezzi favorevoli a Stati Uniti e Israele. Invece, il 2 marzo le borse asiatiche e occidentali hanno aperto in forte calo.

Le prime 48 ore di guerra nel Golfo

Le prime 48 ore hanno visto sei ondate di attacchi contro basi statunitensi nel Golfo, con 27 installazioni colpite. La chiusura dell’aeroporto di Dubai, la sospensione dei voli regionali e la paralisi parziale delle reti finanziarie internazionali hanno aggravato la crisi. Le monarchie del GCC (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Oman), protette dalla presenza militare statunitense, stanno scoprendo quanto siano vulnerabili: strumenti e hub per Washington e pedine nel gioco della sicurezza di Israele. L’abbattimento accidentale di tre F-15 americani da parte del Kuwait il 2 marzo ha evidenziato il caos nei sistemi di difesa aerea della regione.

Lo shock marittimo: Hormuz, petroliere e traffici energetici

Sul fronte marittimo, la tensione è alta. L’affondamento della petroliera “Skylight” il 1° marzo e il fallito attacco alla portaerei USS Abraham Lincoln hanno segnato una soglia psicologica: la nave americana è stata spostata in acque più sicure, mentre altre quattro navi sono state colpite. I costi assicurativi per il trasporto marittimo sono schizzati come negli anni Ottanta durante la “guerra delle petroliere”.

Lo Stretto di Hormuz è di fatto soggetto a traffico intermittente, con numerose petroliere e navi GNL in attesa. Il flusso di petrolio verso l’Asia è seriamente compromesso e quello di gas dal Qatar verso l’Europa procede a ritmo ridotto. I principali operatori container europei, Hapag-Lloyd e MSC, hanno sospeso le operazioni nel Golfo. La crisi dei prezzi anticipa quella delle forniture fisiche: aumenti energetici e dei beni di consumo sono imminenti.

Anche lo stretto di Bab el-Mandeb rischia interruzioni se gli Houthi affonderanno nuove navi. L’attacco alle infrastrutture energetiche del Golfo porta la guerra a un punto critico con conseguenze globali. I danni al terminal di Ras Tanura della Saudi Aramco rappresentano finora la sfida più seria per Teheran.

La questione logistica e il consumo degli arsenali

Stati Uniti e Israele stanno consumando rapidamente le loro scorte di armi di precisione, dai JDAM ai Tomahawk e ai Patriot, sia per offesa sia per difesa. Un messaggio dell’ammiraglio statunitense E. Stavridis – poi rimosso – lo riassume bene: “In guerra, i veri professionisti sono i logisti. Quanto durano gli arsenali?”

Le fragilità politiche negli Stati Uniti

Anche sul piano politico interno americano i rischi sono alti. Se l’operazione breve dovesse trasformarsi in un conflitto prolungato, le conseguenze per Washington sarebbero pesanti. Il 1° marzo, rientrando a Washington da Mar-a-Lago, Donald Trump ha evitato i giornalisti, segnale della crescente preoccupazione pubblica per il sacrificio di altri soldati statunitensi in una guerra percepita come a favore di Israele.

La variabile curda e il rischio di insurrezione interna

Nel prossimo futuro, Stati Uniti e Israele potrebbero cercare di sfruttare i curdi iraniani per sostenere una fase di insurrezione interna. La Coalizione delle Forze Politiche del Kurdistan iraniano, basata in Iraq, ha dichiarato di essere pronta ad agire in caso di indebolimento del regime, puntando a un cambio politico e a un’autonomia curda. La presenza di gruppi collegati a PKK e PYD (PJAK) rende Ankara particolarmente allerta. Gli errori commessi in Siria non devono ripetersi. Va ricordato inoltre che Israele attacca l’Iran passando dallo spazio aereo siriano.

Un conflitto che rischia di diventare sistemico

In sintesi, al quarto giorno, il quadro è chiaro: la sorpresa iniziale non ha fatto crollare il regime, la popolazione si è compatta, il comando è rimasto operativo e la capacità di rappresaglia è intatta. L’operazione per un cambio di regime sta evolvendo in una crisi sistemica che combina guerra psicologica, sicurezza energetica e competizione tra grandi potenze. I più colpiti non sono solo Iran e Israele, ma anche i Paesi del Golfo alleati di Washington. La decisione finale su come fermare il conflitto dipenderà da Trump, influenzato dai dossier Epstein, dalla lobby filo-israeliana e dai neoconservatori. Tuttavia, il vero fattore determinante resta la resistenza del popolo iraniano.

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Tags: Geopolitica
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