La presidente del Propeller Club Livorno riflette su “fare sistema” nell’Alto Tirreno, sugli effetti dell’Entry/Exit System e sulle sfide del passaggio generazionale nelle imprese marittime
LIVORNO – In un settore che vive di territorialità, equilibri politici e identità industriali, l’idea di un “sistema portuale dell’Alto Tirreno” continua ad affascinare più a livello teorico che pratico. Maria Gloria Giani, figura storica dell’imprenditoria marittima livornese e presidente del Propeller Club di Livorno, lo dice senza infingimenti: più che una promessa, è un’utopia. Non per mancanza di volontà, ma perché i porti, come gli ecosistemi, rispondono a logiche complesse, stratificate, spesso non replicabili.
Per la Dott.ssa Giani, la distanza che separa la visione dal risultato non è frutto di critica bensì di esperienza. Ogni porto ha una sua struttura economica, dinamiche politiche locali, specificità industriali che ne determinano le traiettorie. L’Alto Tirreno, osserva, è uno spazio ricco di eccellenze ma anche di forti differenze: “Se già è difficile fare sistema tra due realtà vicine, come Livorno e Viareggio, figuriamoci tra Genova, Savona, Spezia e Livorno, con vocazioni merceologiche e flussi completamente diversi”.
L’Italia non esporta materia prima, bensì manifattura; e questa, per logica, segue le concentrazioni industriali del Nord. Per questo, in un Paese dove le catene del valore si articolano intorno a distretti e specializzazioni, l’idea di una governance unica rischia di restare più un auspicio che un piano operativo.
Questa lucidità non frena, tuttavia, la tensione verso un Mediterraneo più forte. Per Giani la priorità resta evitare che il Mare Nostrum diventi soltanto un grande bacino di transito per rotte globali decise altrove. Ma la strada è lunga. “I miracoli accadono”, concede con un sorriso. Ma richiedono tempo, convergenze e un nuovo pragmatismo.
L’orizzonte dei prossimi cinque anni: le priorità secondo il Propeller
Dal suo duplice ruolo di imprenditrice e presidente di un cluster nazionale, la Dott.ssa Giani guarda al futuro con una sana dose di realismo. Cinque anni, nel mondo del lavoro, non sono lunghi periodi di programmazione, ma domani mattina. E ogni porto, osserva, produrrebbe risposte diverse in base alle proprie esigenze operative.
Il Propeller Club, per sua natura, prova a costruire connessioni. L’impostazione del presidente nazionale Masucci — centrale, trasversale, strutturata — ha reso i club italiani più allineati nel dibattito, ma una progettualità comune per tutti i porti dell’Alto Tirreno resta difficile. La priorità, semmai, è continuare a creare luoghi di confronto dove terminalisti, agenti marittimi, armatori e imprese possano indicare ciò che per loro è davvero urgente. Non una torre di controllo, ma una rete di ascolto.
Entry/Exit System: un esperimento che Livorno sceglie di guardare da vicino
Al centro dell’incontro del Propeller Club c’è l’Entry/Exit System, l’EES, la nuova infrastruttura europea che da un mese sta riorganizzando il controllo dei cittadini non UE in ingresso e in uscita dal territorio europeo. Genova e Civitavecchia sono i primi porti coinvolti, per via dei forti flussi turistici, ma Livorno non è destinata a restare a lungo fuori dal perimetro.
La fase sperimentale, ricorda Giani, durerà fino alla primavera. È presto per trarre conclusioni, ma non per aprire un dibattito pubblico. Da qui l’idea di coinvolgere la Polizia di Frontiera Marittima, il Prefetto, la Direzione marittima della Toscana, i terminalisti e le associazioni di categoria, perché le preoccupazioni sono molte e non soltanto operative.
La memoria dell’11 settembre torna come riferimento storico: quando l’aviation security cambiò drasticamente, anche gli aeroporti più piccoli dovettero sostenere investimenti milionari per evitare di essere tagliati fuori dalle rotte. Oggi la logica dell’EES è diversa — controllo migratorio, sicurezza, integrazione con Interpol — ma l’effetto collaterale è simile: tempi, costi, investimenti, riorganizzazione dei flussi.
Il punto critico riguarda soprattutto il turismo: “Se una famiglia sale su un traghetto per la Corsica, con bagagli, auto e bambini, come si fa uno screening biometrico snello? Dove si collocano i totem? Quanti agenti servono? E quanto inciderà tutto questo sul prezzo del biglietto?”.
Domande che, per ora, non hanno risposta. Ma Livorno — ribadisce Giani — vuole essere pilota nel percorso di comprensione e adattamento, non spettatrice passiva.
Passaggio generazionale: la rotta più lunga e più delicata
Se c’è un tema che tocca l’imprenditrice prima ancora della presidente, è quello del passaggio generazionale. La storia della famiglia Giani attraversa cinque generazioni e un secolo di trasformazioni, dal boom economico, fino alle sfide della portualità contemporanea. Oggi il testimone passa a Beatrice, già da dieci anni al lavoro accanto alla madre, con una specializzazione nello yachting e una sede a Viareggio.
Giani racconta la propria scelta con sincerità e ordine: separazione tra patrimonio immobiliare e attività produttiva, creazione di una holding, assegnazione di responsabilità diverse alle due figlie. È un modello di pianificazione — prudente, moderno, lucido — che evita la sovrapposizione e consente a chi subentra di portare innovazione senza snaturare la storia aziendale.
La chiave, dice, è sempre la stessa: rinnovarsi. Ogni generazione porta il proprio tempo e la propria visione. Il porto cambia, il mondo cambia, le imprese devono farlo altrettanto. Ma la speranza, per lei, va oltre il bilancio: continuare a dare lavoro, continuità, dignità a chi da anni contribuisce alla solidità dell’azienda. E magari ispirare i nipoti, perché no.
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