A Marina di Carrara, emerge il ruolo crescente degli scali minori nel Mediterraneo instabile: short sea shipping, digitalizzazione e sostenibilità al centro della competitività
MARINA DI CARRARA – Il sistema portuale italiano non si regge solo sui grandi hub, ma su una rete diffusa di scali medio-piccoli che, nel contesto attuale, stanno assumendo un valore sempre più strategico. È il quadro tracciato da Alessandro Panaro, responsabile del Centro Studi SRM (Gruppo Intesa Sanpaolo), intervenuto a Marina di Carrara al convegno organizzato dal Gruppo Grendi e dall’Autorità di sistema portuale del Mar Ligure Orientale in occasione dei dieci anni di attività del gruppo nello scalo toscano. L’evento, dedicato al tema della “specializzazione e identità portuale” e alla competitività del Mediterraneo, ha offerto lo spunto per una riflessione più ampia sul futuro della logistica indipendente italiana, oggi chiamata a confrontarsi con un mercato globale dominato da grandi operatori integrati e da dinamiche geopolitiche sempre più instabili.
Mediterraneo sotto pressione, cresce lo short sea shipping
Secondo Panaro, le attuali tensioni internazionali – dalla riduzione dei transiti attraverso Suez alle criticità nello Stretto di Hormuz, fino all’introduzione della carbon tax europea ETS – stanno ridisegnando le rotte e aumentando l’instabilità del traffico marittimo nel Mediterraneo. In questo scenario, tuttavia, emerge una tendenza strutturale: la crescita dello short sea shipping e dei traffici regionali, che rafforzano il ruolo delle connessioni di corto raggio e dei sistemi portuali integrati.

I porti “di rete” non sono marginali
Uno dei passaggi centrali dell’analisi riguarda la rivalutazione dei porti medio-piccoli, definiti da Panaro “porti della rete”. Spesso considerati secondari rispetto agli scali maggiori, questi terminal rappresentano invece una quota rilevante della movimentazione nazionale. Nel complesso, infatti, gestiscono circa un quarto dei traffici italiani, pari a oltre 100 milioni di tonnellate di merci. Nel solo segmento Ro-Ro la loro incidenza raggiunge circa il 40-43% del totale nazionale, confermando un peso operativo tutt’altro che marginale.
Per Panaro, questi numeri dimostrano che tali infrastrutture non solo servono i territori di riferimento, ma contribuiscono in modo sostanziale alla tenuta dell’intero sistema logistico nazionale e possono agire da supporto ai grandi porti gateway.
La funzione di “valvola” nei momenti di congestione
Il ruolo degli scali minori diventa ancora più evidente in una fase caratterizzata da forte congestione portuale a livello globale, con navi spesso costrette a ritardi, attese in rada o deviazioni di rotta. In questo contesto, sottolinea Panaro, i porti medio-piccoli possono assumere una funzione di “rete di supporto” ai grandi hub, contribuendo a gestire flussi alternativi e a ridurre le criticità operative quando i principali scali risultano saturi.
La logica, quindi, non è di competizione interna al sistema portuale, ma di complementarità funzionale tra porti primari e porti di servizio.

Digitalizzazione e sostenibilità come fattori decisivi
Accanto alla dimensione infrastrutturale, Panaro richiama l’attenzione sulla necessità di investire in digitalizzazione dei processi doganali, automazione dei terminal e sostenibilità ambientale, elementi ormai indispensabili per mantenere competitiva la logistica italiana. La capacità di recuperare efficienza a terra diventa infatti decisiva in un contesto in cui le inefficienze in mare – tra deviazioni e allungamenti delle rotte – non sono più completamente controllabili.
Il ruolo degli operatori nel rafforzare la rete
La tenuta e lo sviluppo di questa rete diffusa, conclude Panaro, non dipendono solo dalle infrastrutture portuali, ma anche dagli operatori logistici e marittimi, chiamati a sostenere il sistema con investimenti, rotte e servizi. I porti, in questa visione, rappresentano la base infrastrutturale, ma è l’operatore a conferirgli piena efficacia attraverso strategie commerciali e capacità di integrazione nei flussi globali.
In un Mediterraneo sempre più instabile, la competitività passa dunque da un equilibrio nuovo: grandi hub e porti minori non come alternative, ma come parti interdipendenti di un unico sistema logistico nazionale.
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