il Presidente di SACE ospite a Fatti & Potere: Iran, energia, export, Golfo e shipping ridisegnano rischi e rotte dell’economia globale
LIVORNO – Lo Stretto di Hormuz non è più soltanto una strozzatura geografica sulle carte nautiche dell’energia mondiale. È diventato, ancora una volta, il luogo in cui la politica internazionale mostra la propria natura più concreta: quella dei flussi, delle navi, delle assicurazioni, dei contratti, delle fabbriche che attendono componenti, dei mercati che temono il rincaro delle materie prime e degli Stati costretti a misurare la propria sovranità sulla capacità di proteggere rotte e approvvigionamenti.
Nel nuovo appuntamento di Fatti & Potere, la rubrica del Messaggero Marittimo dedicata ai grandi snodi della geopolitica marittima, della logistica e delle infrastrutture strategiche, Guglielmo Picchi, presidente di SACE e già sottosegretario agli Affari Esteri, offre una lettura ampia della crisi che attraversa il Golfo Persico, dal confronto israelo-americano con l’Iran alla minaccia su Hormuz, fino alle conseguenze per l’energia, lo shipping, le supply chain e l’export italiano.
Il profilo istituzionale di Picchi rende l’analisi particolarmente significativa. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha indicato nel 2025 Guglielmo Picchi come presidente di SACE, affiancato dall’amministratore delegato Michele Pignotti; in precedenza Picchi è stato sottosegretario di Stato agli Affari Esteri e alla Cooperazione internazionale.
Il punto di partenza è una crisi che non riguarda soltanto il Medio Oriente. Hormuz, attraverso cui transita una quota cruciale dei flussi energetici mondiali, è oggi uno dei nodi più sensibili della sicurezza economica globale: l’interruzione o anche solo la minaccia di blocco produce effetti immediati sui prezzi del petrolio, sulla percezione del rischio, sui noli, sulle coperture assicurative e sulla pianificazione industriale. Secondo analisi recenti, la chiusura dello Stretto ha riportato al centro il tema della vulnerabilità energetica e della dipendenza da poche rotte obbligate.
Per l’Italia, Paese manifatturiero, marittimo ed esportatore, la questione si allarga. Non c’è soltanto il costo dell’energia, ma il costo dell’incertezza: l’incertezza delle rotte, dei tempi di consegna, delle forniture, dei mercati di sbocco. Ed è proprio qui che l’osservatorio di SACE consente a Picchi di leggere il conflitto non come un episodio isolato, ma come parte di un nuovo paradigma del rischio internazionale.
Onorevole Picchi, alla luce delle ultime notizie, con una tregua in stallo e senza una data di scadenza sul mantenimento del blocco navale dello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti stanno tenendo una linea specifica o stanno inseguendo un’escalation che non riescono più a controllare?
“È una domanda molto complessa. Cercherò di rispondere tenendo presente che, in questa fase, è difficile comprendere fino in fondo il modus operandi degli Stati Uniti d’America.
Sicuramente non credo che Washington cerchi un’escalation. Escluderei quindi una volontà dell’amministrazione americana e del presidente Trump di perseguire deliberatamente un allargamento del conflitto. Dall’altro lato, però, non mi sembra che gli Stati Uniti siano completamente in controllo della situazione. Direi quindi: no all’escalation, ma nemmeno una soluzione a brevissimo termine.
Lo dimostra anche il fatto che la tregua, il cessate il fuoco temporaneo, sia stata unilateralmente allungata e che sia stata annunciata la ripresa delle trattative in Pakistan tra le delegazioni. Tuttavia, al momento, non sembra esserci ancora una reale disponibilità iraniana a trattare.
A complicare tutto c’è poi la dichiarazione degli Stati Uniti, secondo cui sarebbero attualmente in controllo dello Stretto di Hormuz e avrebbero quindi la capacità di decidere chi entra e chi esce. È molto difficile capire, non essendo sul campo, se questo controllo sia effettivo da parte della Marina militare americana.
Ad oggi, ma la situazione potrebbe cambiare anche nel giro di pochissime ore, se quanto dichiarato dagli Stati Uniti è vero, si sta cercando una soluzione stabile dentro un equilibrio che, per sua natura, è fortemente instabile. Io però voglio vedere il bicchiere mezzo pieno: difficilmente un’amministrazione dichiara di essere in controllo del passaggio di uno stretto così importante come Hormuz se non ritiene davvero di esserlo. Per questo credo che non ci sarà un’escalation e che si andrà verso una soluzione negoziata. Ho invece qualche dubbio sulla rapidità con cui questo potrà avvenire”.
Lo Stretto di Hormuz è soltanto la punta dell’iceberg di una crisi regionale o rappresenta una chiave di volta per la tenuta dell’ordine in Medio Oriente?
“Cerco di essere ottimista. Nell’ultimo anno abbiamo assistito a un forte indebolimento di quella che era la cosiddetta mezzaluna sciita, cioè dell’insieme degli alleati dell’Iran sostenuti da Teheran: Hezbollah, il regime siriano, le dinamiche legate allo Yemen e, adesso, anche l’Iran stesso.
È un processo che viene da lontano. Credo si tratti di un conflitto regionale, ma che per forza di cose, andando a colpire un canale fondamentale per gli approvvigionamenti di petrolio e gas, produce un impatto mondiale.
Ritengo però che ci sia una volontà generale di de-escalation, compresa da parte iraniana. Alla fine l’Iran vive della capacità di esportare petrolio e gas. Se questa capacità viene bloccata, anche l’economia interna ne risente. E se l’economia interna ne risente, può risentirne anche la solidità del regime dei Pasdaran e degli ayatollah.
Direi quindi che siamo davanti a un conflitto regionale che non dovrebbe cambiare in modo definitivo gli equilibri del Golfo, ma che ha fatto capire alle monarchie della regione, dagli Emirati Arabi al Kuwait, dall’Arabia Saudita al Qatar, che esistono criticità profonde e che nessuno può considerarsi invulnerabile.
Questo, secondo me, è il grande insegnamento: bisogna diversificare al massimo non solo le catene di approvvigionamento, ma anche i mercati di sbocco. Penso a un Paese esportatore come l’Italia, che ha puntato molto sul Golfo. Quando arriva una crisi, bisogna essere pronti ad avere mercati alternativi, in modo che l’impatto resti regionale e non diventi globale”.
Hormuz è anche l’emblema della possibilità di trasformare l’energia in un’arma sistemica, capace di destabilizzare mercati, shipping e supply chain?
“Ha centrato assolutamente il punto. Il problema è proprio questo: assistere alla trasformazione dell’energia in un’arma capace di mettere in crisi il mondo.
Non parliamo soltanto delle bollette o del gasolio alla pompa in Italia. Parliamo dell’industria cinese, dell’industria indiana, dei semilavorati che entrano in molte catene globali del valore, delle supply chain mondiali.
Questa crisi costringerà molti Stati a ripensare non solo la propria capacità di approvvigionamento energetico, ma anche i luoghi in cui reperire materie prime, componenti, semilavorati e i mercati in cui collocare i propri prodotti.
Gli ayatollah lo hanno capito molto bene, ma credo che lo abbiano capito bene anche gli Stati Uniti. Proprio per evitare conseguenze sui consumatori americani, continuo a sperare che la posta in gioco sia talmente alta per tutti da rendere non conveniente un prolungamento eccessivo del conflitto”.
Sia gli Stati Uniti sia l’Iran, però, non hanno indicato una scadenza. Per l’Europa e per l’Italia, Paese manifatturiero e marittimo, qual è il rischio di una normalizzazione del disordine permanente?
“Nessuno ha la sfera di cristallo. Fare previsioni a sei mesi, in un quadro simile, è molto difficile. Posso però parlare dal nostro osservatorio.
L’Italia ha un’economia estremamente resiliente. Per quanto riguarda il gas, l’impatto massimo delle forniture che prendiamo da quella regione è intorno al 10% del nostro fabbisogno. Per un Paese come l’Italia, il problema riguarda forse meno la parte strettamente produttiva e manifatturiera e più i mercati di sbocco.
Ricordo che l’Italia esporta molti miliardi di euro in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. Sono mercati importanti per moltissime aziende italiane.
Allo stesso tempo, però, ricordo che i nostri imprenditori hanno una straordinaria capacità di individuare nuovi mercati. Un esempio: tutti hanno parlato dei dazi americani nel corso del 2025, ma l’export italiano verso gli Stati Uniti è cresciuto di oltre il 7%.
I rischi ci sono tutti e ci saranno conseguenze nel breve periodo. Sono più tranquillo sul medio periodo, perché credo che il conflitto possa essere risolto e che gli esportatori italiani sapranno trovare alternative sia dal punto di vista produttivo sia dal punto di vista dei mercati di sbocco”.
Dal suo osservatorio in SACE, oggi pesa di più il costo dell’energia o il costo dell’incertezza su shipping e logistica?
“In questo momento pesano entrambi. Siamo nel breve periodo e le catene di approvvigionamento non si inventano dall’oggi al domani. Sono processi strutturati e pianificati da mesi e, per alcuni prodotti, anche da anni.
Se un cargo deve passare da Hormuz ed è bloccato lì, l’impatto è immediato. Si produce una ricaduta diretta sulla produzione, sulla capacità di consegna, sulla disponibilità di componenti o materie prime.
Le due componenti, quindi, vanno di pari passo. Poi, naturalmente, dipende dall’industria, dal settore, dal mercato di sbocco e da molte altre variabili.
Vorrei però sottolineare una cosa che considero importante. La presidente Meloni è stata la prima, e mi risulta anche l’unica, a recarsi nel Golfo per cercare di mettere in sicurezza dal punto di vista energetico la manifattura e le produzioni italiane, cercando soluzioni concrete. Non si tratta soltanto di solidarietà politica, ma di una relazione importante con tutte le monarchie del Golfo.
A valle di questo, si è conclusa o si sta concludendo una visita del ministro Crosetto nella stessa regione. Questo asse politico, energetico e di difesa mi fa ben sperare sulla capacità dell’Italia di offrire un sostegno operativo alla difesa di quelle rotte e di quei Paesi.
L’Italia può diventare non solo un partner privilegiato delle monarchie del Golfo, ma anche un Paese attivo nel proteggere le rotte commerciali, la libertà di navigazione e, non ultimo, il proprio interesse nazionale. Credo che la visita del ministro Crosetto sia un elemento estremamente importante e forse sottovalutato dai media italiani e internazionali per la portata che ha e per il ruolo che sta assumendo l’Italia”.
Dopo Suez, il Mar Rosso e ora Hormuz, l’Italia e l’Europa devono prendere atto di un nuovo paradigma del rischio per l’export italiano?
“Bisogna prendere atto che siamo davanti a situazioni di grande instabilità. Transitare da Suez è un problema che va considerato strutturalmente. Servono diversificazione delle fonti di approvvigionamento, supply chain resilienti e corridoi commerciali alternativi.
Se Suez è chiuso, bisogna poter passare via terra. In questo senso, per l’Italia diventa molto importante il corridoio IMEC, l’India-Middle East-Europe Corridor. Ne ho seguito l’evoluzione anche come SACE e, nella mia attività precedente, come centro studi. È una possibile alternativa sia a Suez sia a Hormuz.
Servono rotte commerciali che possano essere messe in sicurezza nel momento in cui, per qualunque motivo, gli Houthi blocchino il Mar Rosso e Bab el-Mandeb o il conflitto israelo-americano con l’Iran produca tensioni nello Stretto di Hormuz.
La Via del Cotone, cioè l’IMEC, può arrivare fino a Trieste e da lì collegarsi con tutta l’Europa. Credo che l’Italia sia un Paese sufficientemente resiliente e che abbia compreso la lezione: investire dal punto di vista relazionale e infrastrutturale nel corridoio IMEC può rappresentare, nel medio termine, una risposta concreta alle difficoltà di passaggio da Suez”.
La vicinanza al Nord Africa, a Paesi come Algeria ed Egitto, può candidare l’Italia a un ruolo di leader o ponte energetico alternativo rispetto al Golfo?
“Credo che l’Italia abbia tutte le caratteristiche politiche, economiche e culturali per giocare un ruolo di primo piano, ben oltre una dimensione soltanto regionale.
Non dobbiamo dimenticare che l’Italia è il quarto esportatore al mondo. Questo significa vendere merci per oltre 640 miliardi di euro in una quantità molto ampia di Paesi.
Già oggi i collegamenti energetici dell’Italia sono differenziati: arrivano dall’Algeria, dalla Tunisia, abbiamo le pipeline libiche, il TAP dall’Azerbaijan, i collegamenti dal Nord Europa. L’Italia è sicuramente un ponte: tecnologico, energetico e politico.
Può esserlo anche nella risoluzione dei conflitti. Tutta la sponda sud del Mediterraneo guarda con grande attenzione all’Italia. Sono stato recentemente in missione in alcuni di questi Paesi e il livello di attenzione si misura anche dal livello degli incontri che la controparte concede. Sono stati sempre incontri di altissimo livello, con decisori politici importanti.
Il fatto che, sostanzialmente, gli unici politici occidentali recatisi nella regione siano stati la presidente Meloni e, subito dopo, il ministro Crosetto, dimostra che il mondo arabo, dal Nord Africa al Golfo, guarda all’Italia come a un Paese capace di esercitare una leadership forte e di offrire un aiuto operativo.
Questo vale sia per la difesa dura, quella fisica, l’hard power, sia per tutta la dimensione della sovranità energetica, della distribuzione e della sicurezza in senso ampio”.
Da ex sottosegretario agli Esteri e da politico di lunga esperienza, quale idea si è fatto del motivo per cui Stati Uniti e Israele hanno deciso di intraprendere questo conflitto con l’Iran proprio adesso?
“Per Israele la minaccia iraniana è sempre stata una questione esistenziale. Israele pensava da molto tempo a un’azione di questo tipo. Togliere la minaccia iraniana è stata quasi una missione strategica di sopravvivenza.
L’Iran, attraverso gli ayatollah, ha sempre dichiarato che Israele non esiste sulla carta geografica o che, se esiste, deve essere eliminato. Per Israele, quindi, l’Iran è sempre stato ed è tuttora una minaccia esistenziale. Da questo punto di vista non c’è molto di nuovo: gli israeliani erano pronti da sempre a questo tipo di conflitto.
Ha sorpreso di più la postura degli Stati Uniti, soprattutto perché Trump aveva sempre dichiarato di non voler interferire in conflitti lontani dalla patria e dagli interessi immediati del popolo americano.
Prendiamo atto che questa scelta ha prodotto molte divisioni all’interno dell’elettorato MAGA che ha sostenuto Donald Trump. Tuttavia, credo che per ragioni di politica domestica e anche alla luce di quanto avvenuto in Venezuela e delle rivolte popolari in Iran, gli Stati Uniti abbiano intravisto una finestra di opportunità.
Forse non puntavano necessariamente a un cambio di regime immediato, ma a far emergere interlocutori con cui poter ragionare. In Venezuela, alla fine, sono rimasti gli stessi, ma hanno capito che per restare al potere dovevano aprirsi al mercato.
Trump probabilmente pensava di poter fare una cosa simile anche in Iran. Non mi sembra però che abbia raggiunto i suoi obiettivi. Anzi, il protrarsi del conflitto sta creando forti tensioni domestiche nel suo elettorato.
Per rispondere brevemente: per Israele questo momento era atteso da tempo. Gli Stati Uniti, invece, hanno fatto un calcolo di opportunità, immaginando forse un regime change facile o comunque una rapida soluzione favorevole. Per Washington questo avrebbe significato sicurezza petrolifera, petrolio a buon costo e la possibile riapertura di un mercato di decine di milioni di persone: un nuovo grande mercato di sbocco e consumo per i prodotti americani. Ma la realtà, al momento, appare molto più complicata”.
La visione del Messaggero Marittimo
La visione del Messaggero Marittimo, su questa crisi, resta volutamente aperta. Non perché manchi una linea interpretativa, ma perché la dimensione degli effetti supera ancora, almeno in apparenza, la chiarezza delle cause. Continuiamo a cercare una risposta a una domanda di fondo: quale necessità strategica giustificava l’apertura di un conflitto capace di allargare le proprie conseguenze all’intera economia mondiale, in particolare a quella europea e asiatica?
Gli Stati Uniti sono geograficamente lontani dal cuore della crisi e, almeno dal punto di vista energetico, molto più autosufficienti rispetto ai grandi sistemi industriali del Vecchio Continente e dell’Asia. Il cambio di regime in Iran non c’è stato. Non appare convincente, almeno sulla base degli elementi disponibili, l’idea di un Iran a due settimane dall’acquisizione di un’arma atomica pronta per essere utilizzata contro l’Occidente. Israele aveva certamente una motivazione strategica, radicata nella propria percezione di sicurezza nazionale; ma quella motivazione, intrecciata anche a dinamiche ideologiche, politiche e interne, ha finito per coinvolgere l’economia globale in una crisi dagli effetti assai più vasti del perimetro militare originario.
Il dato, oggi, è brutale nella sua semplicità. Prima Hormuz era aperto. Oggi Hormuz è chiuso o comunque sottoposto a una pressione tale da alterare profondamente la libertà dei traffici. Le economie del Golfo sono in sofferenza, i mercati energetici restano esposti, petrolio, gas e GNL tornano a essere strumenti di pressione sistemica. Non esplodono come missili, ma possono colpire con la stessa capacità di propagazione: sono armi economiche a detonazione lenta, capaci di attraversare oceani, listini, fabbriche, porti e bilanci familiari senza bisogno di lasciare crateri visibili.
Shipping e logistica sono sotto forte stress. Le Borse osservano con nervosismo, gli investitori arretrano davanti all’incertezza, le imprese devono ricalcolare rotte, costi, tempi e margini. E tutto questo si riversa lungo l’intera catena economica: dalle compagnie di navigazione agli importatori, dai terminal ai produttori, dalle assicurazioni marittime ai consumatori finali.
Non siamo davanti a una parentesi rapidamente archiviabile. Anche se la crisi dovesse rientrare sul piano militare, difficilmente nel breve-medio periodo il sistema tornerà alla condizione precedente. Il terremoto geopolitico ha già smosso faglie profonde: energia, rotte, alleanze, percezione del rischio, autonomia strategica, vulnerabilità delle economie aperte.
Per questo Fatti & Potere continuerà a interrogare questi scenari senza accontentarsi delle formule di superficie. Perché, al momento, non vediamo nell’esito di questa crisi una piena coerenza con l’“America First” di Donald Trump, né un evidente ritorno strategico per gli Stati Uniti. Vediamo piuttosto un mondo più instabile, economie più esposte, rotte più fragili e una verità ormai impossibile da ignorare: nel nuovo ordine globale, chi controlla gli stretti, l’energia e le catene logistiche non condiziona soltanto la geopolitica. Condiziona il prezzo della vita quotidiana
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