Centocinquantasei emendamenti accantonati su 622. L’esame arriva all’articolo 9, mentre il provvedimento non entra nel programma dell’Aula di ottobre
ROMA – Due sedute in meno di ventiquattr’ore portano avanti il C.2925, ma lasciano dietro di sé una massa crescente di questioni sospese. Molte arrivano dalla stessa maggioranza. La prossima settimana si torna a votare, mentre la finestra politica per chiudere la riforma comincia a restringersi.
La riforma dei porti va avanti, ma il suo cammino parlamentare sta diventando più complicato di quanto la semplice progressione degli articoli possa raccontare. In meno di ventiquattr’ore la Commissione Trasporti della Camera è passata dalla metà dell’articolo 7 all’inizio dell’articolo 9 del disegno di legge C.2925. Il numero che fotografa meglio lo stato del confronto, però, è un altro: 156 emendamenti accantonati sui 622 complessivamente presentati.
Accantonare un emendamento non significa respingerlo e neppure approvarlo. Significa sospenderne l’esame per tornarci successivamente, spesso perché occorre trovare una formulazione condivisa, verificare coperture e conseguenze oppure ricomporre una posizione politica. Ed è proprio la dimensione assunta dagli accantonamenti a rendere queste due giornate interessanti: mercoledì sera, quando i lavori si sono fermati intorno alla metà dell’articolo 7, le proposte messe temporaneamente da parte erano circa 112; dopo la seduta di giovedì, conclusa all’inizio dell’articolo 9, sono salite a 156.
Il dato diventa politicamente più significativo perché tra gli emendamenti accantonati figurano numerose proposte provenienti dalla stessa maggioranza, oltre a quelle presentate dalle opposizioni. Sarebbe prematuro parlare di una rottura o di un blocco della riforma. È però altrettanto difficile leggere una quantità simile di questioni sospese come un semplice incidente procedurale: su diversi passaggi del provvedimento il punto di equilibrio deve evidentemente ancora essere costruito.
È qui che la vicenda parlamentare incrocia il fattore tempo: Il Governo ha costruito il C.2925 come una riforma strutturale della legge 84 del 1994, intervenendo sulla governance portuale e sugli investimenti nelle infrastrutture strategiche marittime, nelle ultime settimane il viceministro Edoardo Rixi aveva indicato tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre la possibile finestra per il voto della Camera.
Al momento, però, la riforma portuale non compare nel programma dei lavori dell’Assemblea per ottobre. Non significa che non possa essere successivamente inserita e neppure che l’iter sia destinato a fermarsi, significa però che la tabella di marcia immaginata inizialmente non può più essere considerata automatica.
La Commissione tornerà sul provvedimento mercoledì prossimo e riprenderà l’esame dal punto raggiunto oggi, sul tavolo non ci saranno soltanto gli emendamenti ancora da affrontare, ma anche la massa di quelli accantonati che, prima o poi, dovrà essere recuperata. Ed è questo il passaggio decisivo: andare avanti negli articoli non equivale necessariamente ad avvicinarsi nella stessa misura alla conclusione dell’esame, se alle spalle continua ad allungarsi il fascicolo delle decisioni rinviate.
Il Parlamento, del resto, sta lavorando su un testo che modifica equilibri costruiti in oltre trent’anni di applicazione della legge 84: poteri delle Autorità di sistema portuale, rapporto con lo Stato, investimenti e nuova architettura della governance. È fisiologico che una riforma di questa portata produca confronto. Meno ordinario sarebbe arrivare alle battute finali senza avere ancora sciolto una parte consistente dei nodi politici e tecnici.
Il problema, a questo punto, non riguarda soltanto il contenuto della riforma, riguarda il calendario della legislatura.
Con 622 emendamenti complessivi, 156 proposte già accantonate e l’esame arrivato soltanto all’inizio dell’articolo 9, la maggioranza conserva naturalmente tutti gli strumenti parlamentari per accelerare e trovare un accordo, ma il tempo politico non è illimitato.
Il 2027 sarà l’anno della scadenza naturale della legislatura e, avvicinandosi la stagione elettorale, lo spazio per approvare riforme strutturali tende inevitabilmente a restringersi, soprattutto quando richiedono un passaggio parlamentare complesso e un’intesa su materie nelle quali interessi nazionali, territoriali e industriali si sovrappongono.
Per questo i 156 accantonamenti raccontano oggi qualcosa di più di una procedura parlamentare. Non certificano una crisi della riforma e sarebbe scorretto presentarli in questo modo, ma mostrano che l’accordo sul testo definitivo non è ancora maturato su una parte rilevante delle modifiche proposte.
La prossima seduta servirà quindi a capire non soltanto quanto velocemente la Commissione riuscirà ad avanzare verso gli articoli successivi, ma soprattutto quando comincerà a sciogliere il blocco delle questioni lasciate in sospeso.
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