Russia-Ucraina, la guerra oltre il fronte

Fatti e Potere: navi, grano, petrolio e logistica diventano bersagli strategici. La guerra si sposta sulle arterie economiche del Mar Nero

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LIVORNO – Gli attacchi russi di agosto hanno colpito ancora porti, depositi di grano, infrastrutture energetiche e logistiche ucraine. Sul fronte opposto, la campagna di Kyiv contro raffinerie e terminal russi sta producendo conseguenze che arrivano dai campi di grano fino alle rotte del diesel. Navi in attesa a Sulina, MSC che sospende le prenotazioni su Novorossiysk, Mosca che valuta nuove vie di esportazione: nel Mar Nero la guerra economica si misura ormai nella capacità di portare una merce sul mercato.

Il 27 agosto la Russia ha colpito nuovamente il sistema economico ucraino. Missili e 258 droni, secondo le autorità di Kyiv, hanno investito porti, depositi di cereali, impianti energetici, siti industriali e centri di distribuzione; Mosca ha dichiarato di avere attaccato anche tre porti della regione di Odessa, oltre a infrastrutture logistiche e a una raffineria.

È l’ultimo episodio di una campagna che nelle ultime settimane ha assunto una fisionomia più precisa: le infrastrutture attraverso cui l’Ucraina esporta, riceve carburante e movimenta merci sono diventate parte esplicita del bersaglio.

La risposta ucraina segue una logica speculare, pur con mezzi e obiettivi differenti. Kyiv ha intensificato gli attacchi contro raffinerie, depositi, terminal e infrastrutture economiche russe, mentre il rischio ha raggiunto Novorossiysk, principale sbocco di Mosca sul Mar Nero.

Vladimir Putin lo ha riconosciuto apertamente il 22 agosto, accusando l’Ucraina di aver aperto un confronto diretto sulle infrastrutture economiche e annunciando ritorsioni contro i settori più sensibili dell’economia ucraina.

È questo il passaggio che rende la fase attuale diversa. La distruzione materiale rimane importante, ma l’effetto ricercato si propaga molto oltre il luogo dell’attacco. Una raffineria ferma modifica la disponibilità di carburante; un terminal cerealicolo rallentato comprime i prezzi nell’area di produzione; una nave colpita può indurre un carrier internazionale a sospendere un servizio. La guerra arriva così dentro noli, tempi di attesa, scorte, assicurazioni e rotte commerciali. Soprattutto, incide sul punto dal quale Russia e Ucraina ricavano una parte essenziale del valore delle rispettive produzioni: l’accesso al mercato internazionale.

Quando il porto smette di essere soltanto un porto

Il caso più evidente è Novorossiysk. Il 26 agosto MSC ha sospeso tutte le nuove prenotazioni da e per lo scalo dopo l’attacco con droni alla MSC Ulsan III. La decisione interessa uno dei pochi servizi container internazionali ancora attivi con la Russia e riguarda un porto che concentra funzioni molto più ampie del traffico container: greggio, prodotti petroliferi, cereali e merci convenzionali passano attraverso lo stesso sistema logistico.

Per misurare l’effetto economico di un attacco, quindi, non basta più calcolare quante ore un terminal rimane inattivo. Bisogna osservare cosa fanno gli operatori dopo. MSC non ha perso la capacità tecnica di raggiungere Novorossiysk; ha deciso che, nelle condizioni attuali, non accetterà nuovo carico. È una differenza fondamentale perché trasferisce il rischio dalla sfera militare a quella commerciale.

Qualcosa di analogo avviene sul lato ucraino. Davanti al canale di Sulina, il 26 agosto, fino a 70 navi attendevano di poter raggiungere gli scali ucraini sul Danubio. Il traffico è cresciuto dopo che gli attacchi russi hanno fortemente limitato l’utilizzo dei grandi porti del Mar Nero, ma il sistema danubiano dispone di una capacità inferiore. Carenza di piloti, priorità assegnata ai carburanti, allarmi aerei e condizioni meteorologiche hanno ridotto in alcuni momenti il passaggio effettivo a due o tre unità al giorno. Ogni giornata di ritardo può costare fino a 8 mila dollari per nave.

Il collo di bottiglia compare immediatamente nei volumi. Tra il primo e il 21 agosto l’Ucraina ha esportato 539 mila tonnellate di cereali, contro 1,73 milioni nello stesso periodo del 2025. Il traffico ferroviario di grano diretto verso gli scali danubiani è intanto aumentato di undici volte rispetto a luglio. Il sistema reagisce, dunque, ma lo fa spostando pressione da un’infrastruttura all’altra: dai porti della Grande Odessa alla ferrovia, dalla ferrovia ai terminal fluviali, dai terminal a Sulina e infine alle navi in rada.

Questa catena spiega meglio di molte statistiche militari cosa significhi colpire la logistica. Il grano continua a essere prodotto e il mercantile continua a esistere; ciò che si deteriora è la connessione tra i due. Tempi più lunghi, capacità portuale più scarsa e rischio maggiore vengono incorporati nel costo della merce.

Il fenomeno, peraltro, ha ormai raggiunto anche la Russia. Il 27 agosto produttori agricoli e analisti russi hanno contestato l’efficacia delle misure studiate dal governo per sostenere le esportazioni di cereali, mentre l’interruzione dei traffici meridionali accumula prodotto sul mercato interno e comprime i prezzi. La situazione è arrivata al punto che l’associazione People’s Farmer ha proposto di ridurre le superfici destinate alle semine invernali; il ministero dell’Agricoltura ha respinto l’ipotesi, giudicandola un rischio per la sicurezza alimentare.

In poche settimane la pressione esercitata sullo shipping è così risalita lungo l’intera catena, dal terminal al produttore.

Mosca sta cercando vie d’uscita. Il governo valuta sussidi ferroviari, acquisti pubblici, sospensione dei dazi e una maggiore utilizzazione di Baltico e Caspio. È stata evocata persino la Northern Sea Route, sulla quale oggi la Russia non esporta grano. Ma spostare una commodity a basso margine per migliaia di chilometri ha un costo: secondo la Russian Grain Union, utilizzare il Baltico invece degli scali meridionali aggiungerebbe tra 30 e 50 dollari per tonnellata, mentre l’insieme delle alternative potrebbe compensare, in uno scenario favorevole, appena metà dei volumi perduti nel Sud. Mar Nero e Mar d’Azov movimentavano fino al 70% delle esportazioni cerealicole russe, circa 60 milioni di tonnellate annue.

Dalle raffinerie alle rotte tanker

Sul fronte energetico il meccanismo è ancora più evidente. Gli attacchi ucraini hanno lasciato diverse raffinerie russe ferme o in manutenzione non programmata, aggravando le tensioni sulla disponibilità domestica di carburante. Mosca, che aveva già vietato le esportazioni di diesel, sta valutando di prolungare il blocco anche a settembre; secondo fonti industriali citate da Reuters, è stata discussa persino un’estensione fino alla fine dell’anno.

L’effetto di un attacco a una raffineria, tuttavia, non può essere letto semplicemente come una riduzione delle esportazioni russe di petrolio. Se diminuisce la capacità di trasformazione, una parte del greggio può essere resa disponibile per l’export; contemporaneamente scende la produzione di benzina, diesel e jet fuel, aumentando la pressione sul mercato interno. Mosca deve quindi scegliere come distribuire la perdita di efficienza tra consumatori domestici, esportazioni di prodotti raffinati e vendite di crude.

È una scelta economica con conseguenze marittime.

La Turchia ne offre già una misura. Nel 2025 la Russia forniva circa l’85% del diesel importato dal Paese, pari a 281 mila barili al giorno. Ad agosto 2026 la quota russa è precipitata al 20%, mentre le importazioni turche dagli Stati Uniti e dall’India hanno raggiunto livelli record: oltre 120 mila barili al giorno dall’India e circa 90 mila dagli Stati Uniti secondo i dati Kpler riportati da Reuters.

Una parte della conseguenza della campagna contro la raffinazione russa si trova dunque sulle rotte tanker. Il prodotto che non arriva più in quantità sufficiente dalla Russia viene acquistato a migliaia di miglia di distanza. Cambiano origine del carico, durata del viaggio e impiego delle navi; cresce la distanza media percorsa da ogni tonnellata di diesel destinata al mercato turco. Per lo shipping il dato decisivo non è soltanto quanti barili vengono commerciati, ma quanti ton-miles servono per portarli a destinazione.

Il rapporto tra guerra ed energia diventa ancora più delicato a Novorossiysk, dove convergono interessi che superano quelli russi. Il terminal del Caspian Pipeline Consortium è lo sbocco principale del greggio kazako verso i mercati internazionali: quando a luglio gli attacchi contro tanker avevano fermato i caricamenti, il CPC aveva temporaneamente sospeso anche la ricezione di petrolio dal Kazakhstan perché i serbatoi stavano raggiungendo la saturazione. Il consorzio gestisce circa l’80% dell’export petrolifero kazako.

Questo passaggio è essenziale per capire quanto rapidamente la guerra possa uscire dai confini dei due belligeranti. Una nave che non carica nel Mar Nero può costringere un oleodotto a rallentare centinaia di chilometri più a est. Il terminal perde capacità, lo stoccaggio si riempie e la produzione upstream deve adeguarsi. Il porto, in un sistema energetico integrato, è l’ultimo anello fisico prima della vendita internazionale ma può diventare il primo dal quale la congestione torna indietro.

Colpire l’export per colpire l’economia

Gli effetti stanno cominciando ad apparire anche nelle grandezze macroeconomiche russe. Il 28 agosto il capo economista di Sberbank, Alexander Isakov, ha collegato gli attacchi ucraini contro raffinerie e infrastrutture per l’export cerealicolo alle carenze di carburante e all’aumento delle pressioni inflazionistiche. Sberbank continua a prevedere una crescita russa dello 0,4% nel 2026 e ulteriori riduzioni dei tassi, ma riconosce che gli attacchi alle infrastrutture economiche hanno aggiunto un’altra variabile a un quadro già segnato dal rallentamento.

È probabilmente questo il dato più attuale della guerra economica. Kyiv non dispone della massa necessaria per paralizzare l’economia russa, che conserva profondità territoriale, infrastrutture alternative e capacità finanziaria. Può però costringerla a utilizzare quella profondità, e utilizzarla costa: trenta o cinquanta dollari in più per spostare una tonnellata di grano verso il Baltico; più risorse per proteggere terminal e raffinerie; minori esportazioni di diesel per difendere il mercato domestico; rotte commerciali meno efficienti.

Mosca applica lo stesso principio all’Ucraina con una leva assai più pesante. Gli attacchi ai porti della regione di Odessa obbligano Kyiv a spostare volumi sul Danubio, dove la capacità è inferiore e la congestione trasferisce immediatamente il costo sugli armatori. Gli attacchi del 27 agosto contro porti, energia, depositi e centri distributivi mostrano quanto questa pressione sia ormai sistematica.

Per entrambi il bersaglio economico si trova nel tratto che separa la produzione dal ricavo. Un raccolto che non raggiunge la stiva non genera la stessa valuta; un barile raffinato che non può essere esportato alle condizioni previste perde parte del proprio valore; una nave che rimane in rada produce costi prima ancora di caricare.

Per questo le ultime mosse sul possibile cessate il fuoco nel Mar Nero meritano di essere lette oltre la loro dimensione diplomatica. Mosca ha collegato la sicurezza delle esportazioni agricole ucraine alla cessazione degli attacchi contro le proprie infrastrutture energetiche. Il collegamento mette sullo stesso tavolo due vulnerabilità economiche differenti: per Kyiv l’accesso marittimo alle commodities agricole, per Mosca la continuità della propria macchina energetica e di esportazione.

Nel Mar Nero di fine agosto la guerra sta quindi assumendo una forma meno visibile delle esplosioni, ma economicamente più profonda. La misura del danno non coincide più con il numero di terminal distrutti o di raffinerie incendiate. Conta quanta merce riesce a uscire, attraverso quale porto, dopo quanti giorni, caricata su quale nave e a quale costo.

Le settanta unità in attesa a Sulina, la sospensione di MSC a Novorossiysk, il grano russo che si accumula fino a riaprire il dibattito sulle semine e il diesel turco che arriva sempre più dall’India e dagli Stati Uniti appartengono alla stessa catena. Russia e Ucraina stanno cercando di rendere più costoso il passaggio attraverso il quale l’economia dell’avversario diventa export. È lì, molto più che sulla carta nautica, che oggi si misura la guerra del Mar Nero.

visione del messaggeroLa Visione del Messaggero Marittimo

Il deterioramento della sicurezza nel Mar Nero impone all’Europa una riflessione che non può fermarsi alla legittimità della difesa ucraina. L’Ucraina è il Paese aggredito e il sostegno europeo ha contribuito a impedirne la sconfitta militare. Dopo oltre quattro anni di guerra, tuttavia, quantità e qualità delle forniture occidentali, attacchi sempre più profondi contro infrastrutture russe e progressiva estensione della dimensione economica del conflitto rendono necessario interrogarsi anche sul rischio di un allargamento che nessuna capitale europea dovrebbe considerare inevitabile.

I segnali meritano attenzione senza trasformarli in allarmismo. Germania e Paesi baltici stanno rafforzando la protezione delle infrastrutture critiche contro sabotaggi, droni e minacce ibride; proprio il 28 agosto i Paesi del Baltico hanno annunciato l’intenzione di costituire una task force comune per la difesa dai droni. Washington ed Europa continuano inoltre a monitorare attività russe nella zona grigia, al di sotto della soglia della guerra convenzionale.

A rendere più delicato il quadro è il cambiamento americano. Gli Stati Uniti restano il pilastro militare della NATO, ma l’amministrazione Trump chiede apertamente agli europei di assumere una quota maggiore della propria difesa. Il Pentagono sta riesaminando la presenza di circa 80 mila militari americani in Europa mentre Washington sostiene contemporaneamente impegni militari molto onerosi in Medio Oriente. Parlare semplicemente di un’ America “anti-NATO” sarebbe eccessivo; sarebbe altrettanto imprudente, però, continuare a considerare automatica e immutabile la copertura strategica americana alla quale l’Europa si è affidata per decenni.

Il Messaggero Marittimo auspica per questo una rapida stabilizzazione del conflitto, anche attraverso una fase di stallo militarmente inattivo capace di riaprire uno spazio negoziale. Sostenere Kyiv e cercare una de-escalation non sono obiettivi incompatibili. Shipping, energia e commercio mostrano già quanto costi una guerra confinata principalmente all’Ucraina e al Mar Nero. Il rischio che quella guerra, anche soltanto attraverso strumenti ibridi, inizi a saldarsi direttamente con la sicurezza europea merita oggi la stessa attenzione dedicata al campo di battaglia.

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Tags: Economia, Geopolitica, Shipping
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