Se il G7 non basta più: Putin, Modi e la geopolitica del Sud Globale

“Fatti e Potere”: l’asse Mosca-Nuova Delhi sfida l’Occidente tra energia, rotte globali e nuovo ordine multipolare

fatti e potere

LIVORNO – Il colloquio fiume di Vladimir Putin con il network India Today, alla vigilia del suo viaggio in India, non è solo un esercizio di soft power verso l’opinione pubblica indiana: è un messaggio, neppure troppo cifrato, al vecchio Occidente e al sistema G7.

Al centro di questa narrazione c’è il rapporto personale e politico con Narendra Modi, definito più volte “amico” e leader di cui “l’India può essere orgogliosa”. Putin ricorda che il Paese è cresciuto al 7% annuo e insiste sul fatto che questa traiettoria non è un incidente della storia, ma il segno che il baricentro del mondo si sta spostando. Il nocciolo è in una frase secca: l’India non è più “una colonia britannica”, ma “un grande attore globale” che non accetta di essere trattato come settant’anni fa.

Dentro questa cornice, l’intervista diventa una lunga mappa del nuovo ordine multipolare: energia, difesa, valute, rotte del commercio, architetture istituzionali. Tutte cose che per la rubrica “Fatti e Potere” significano una sola parola: mare.

putin
Foto tratta dal profilo youtube di India Today

India–Russia: energia, difesa e un nuovo “porto” per l’Europa

Putin torna più volte su un punto cruciale per la geopolitica energetica: l’India come raffinatore strategico del greggio russo, destinato in buona parte ai consumatori europei. Il Presidente rivendica una cooperazione costruita “ben prima dell’Ucraina”, ricordando il maxi investimento russo in una raffineria indiana e sottolineando che oggi Nuova Delhi è “uno dei principali fornitori di prodotti raffinati per l’Europa”.

Dietro la polemica sulle sanzioni, la narrazione è chiara: alcuni attori occidentali non gradiscono che l’India acquisisca centralità nei mercati globali grazie al petrolio russo. Il tentativo di “porre ostacoli artificiali”, dice Putin, non è che una forma sofisticata di contenimento politico.

Sul fronte difesa, il discorso è ancora più esplicito. La relazione con l’India non viene descritta come una semplice catena cliente–fornitore, ma come un partenariato “di qualità diversa”, fondato sul trasferimento di tecnologia e coproduzione. Putin sottolinea che la Russia “non si limita a vendere” armamenti, ma “condivide” tecnologie, citando il programma Su-57, i sistemi di difesa aerea, la cantieristica, i carri armati e l’ormai celebre missile BrahMos prodotto in India. È la declinazione militare del “Make in India”: non solo import, ma industrializzazione condivisa.

Qui si apre un capitolo marittimo che l’intervista sfiora ma non esplicita fino in fondo: un’India più forte nella proiezione navale, più autonoma nelle forniture militari e più centrale nei flussi energetici significa una ridefinizione delle rotte di potere tra Oceano Indiano, Golfo Persico, Mar Rosso e Mediterraneo. Ogni nave cisterna carica di greggio russo lavorato in India e diretto verso l’Europa racconta, in filigrana, una geopolitica diversa da quella a trazione atlantica.

De-dollarizzazione, rublo–rupia e crisi del G7

Un altro asse fondamentale dell’intervista riguarda la finanza. Putin rivendica che oltre il 90% delle transazioni con l’India avviene ormai in valute nazionali. Non nega le difficoltà operative – soprattutto sul cosa comprare in rupie – ma il messaggio è che il processo di de-dollarizzazione è avviato e che Mosca e Nuova Delhi stanno cercando di “ridurre la vulnerabilità” a sanzioni e pressioni esterne.

Alla domanda su come aggirare le “armi” tariffarie degli Stati Uniti, Putin risponde con un rovesciamento di prospettiva: sostiene che chi cerca di ostacolare i rapporti economici con Paesi terzi “finisce per danneggiare se stesso” e si dice convinto che queste tattiche di pressione siano destinate a “svanire” quando sarà chiaro il costo politico ed economico di tali scelte.

È in questo contesto che arriva una delle frasi simbolo dell’intervista: alla domanda se la Russia punti a rientrare nel G8, Putin risponde con un netto “no”. Spiega di aver smesso di partecipare alle riunioni già dal 2012, ben prima dell’Ucraina, e mette in discussione la stessa legittimità del G7 come cabina di regia globale. Ricorda che, in termini di parità di potere d’acquisto, l’India è oggi la terza economia mondiale, mentre alcuni Paesi del G7 scivolano in recessione. Il punto implicito è semplice: come può un club che non include i nuovi giganti demografici ed economici pretendere di dettare le regole del gioco?

Di qui il riferimento insistito alle piattaforme alternative: BRICS, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, G20. Putin parla di “nuovi centri di sviluppo” concentrati nel Sud Globale – India, Indonesia, Africa – e insiste sull’idea che queste aggregazioni non nascono “contro qualcuno”, ma per “mettere insieme risorse e valori tradizionali” e creare sinergie.

Il segnale politico è trasparente: la centralità del G7 è contestata non solo sul piano retorico, ma attraverso la costruzione progressiva di un ecosistema parallelo di alleanze economiche, energetiche e militari.

Ucraina, Gaza, terrorismo: la Russia come “attore di pace”?

Nella parte più delicata dell’intervista, quella sulla guerra in Ucraina, Putin ripropone la narrativa russa già nota: la “operazione militare speciale” non sarebbe l’inizio di una guerra, bensì il tentativo di “porre fine” a un conflitto iniziato con il colpo di Stato a Kiev, la violenza nel Donbass e il mancato rispetto degli accordi di Minsk. L’obiettivo dichiarato è “proteggere i nostri interessi, la nostra popolazione, la nostra lingua, i nostri valori tradizionali”, fino alla “liberazione” completa dei territori contesi.

Sul Medio Oriente, Putin sposta il discorso sul terreno del diritto internazionale: sostiene che la soluzione del conflitto israelo-palestinese passi necessariamente dalla creazione di “uno Stato palestinese indipendente” secondo le risoluzioni ONU. Quanto a Gaza, riconosce il ruolo di mediazione di diversi attori, ma insiste sull’idea che la governance futura debba essere “in mano ai palestinesi”.

Interessante anche il passaggio su terrorismo e Afghanistan. La Russia si presenta come alleato “a pieno titolo” dell’India nella lotta al terrorismo, invita a distinguere tra “legittima lotta per la libertà” e uso di “metodi criminali”, e giustifica il dialogo con i Talebani come unica strada per “influenzare la realtà sul terreno”. Un approccio che, nel Sud Globale, suona molto diverso rispetto alle narrative occidentali.

Anche nel giudizio su Donald Trump, oggi di nuovo alla Casa Bianca, Putin sceglie una linea calibrata: niente attacchi personali, il riconoscimento di “intenzioni sincere” nel cercare la pace in Ucraina e una critica implicita all’uso strumentale dei dazi come arma geopolitica. È la versione matura della formula: dialogare con tutti, ma da una posizione di orgogliosa autonomia.

La geopolitica del Sud Globale e il destino dell’Europa

Il filo rosso dell’intervista è la tesi che il nuovo ordine mondiale si stia costruendo attorno al Sud Globale, più che all’asse euro-atlantico. Putin descrive un mondo in cui la demografia giovane e la domanda di crescita di Asia e Africa spingono le economie emergenti a reclamare un posto al tavolo delle decisioni. In questa lettura, l’India è molto più che un partner: è una piattaforma attraverso cui la Russia rientra nel gioco asiatico e rilancia la propria proiezione energetica e militare.

Per l’Europa – e per l’Italia in particolare – questo racconto non può essere archiviato come propaganda. Se le rotte dell’energia, del commercio e della finanza si riallineano lungo l’asse Indo-Pacifico–Medio Oriente–Mediterraneo, il rischio per il Vecchio Continente è di passare, lentamente ma inesorabilmente, dal ruolo di centro a quello di periferia ben servita.

L’intervista a India Today, in fondo, manda proprio questo messaggio: se il G7 non basta più, chi resta aggrappato a quell’architettura come se fosse l’unica possibile rischia di svegliarsi in un mondo dove le decisioni cruciali si prendono altrove. E spesso, via mare.

visione del messaggeroLa visione del Messaggero Marittimo

Per chi osserva il mondo dalla prospettiva dei porti, delle rotte e dei terminal, l’intervista di Putin non è l’ennesimo esercizio di retorica del Cremlino, ma un promemoria brutale: la geografia del potere si sta spostando lungo le linee dell’energia e dei flussi commerciali. E queste linee attraversano oggi l’Indo-Pacifico, incrociano il Golfo, risalgono Suez e arrivano nel Mediterraneo molto prima che a Bruxelles o a Washington.

Il legame tra Russia e India, così come viene raccontato dal Presidente russo, non è solo diplomazia d’altri tempi. È un progetto industriale, energetico e militare che si traduce in petrolio caricato sui tanker, prodotti raffinati che entrano nei mercati europei, tecnologie navali condivise, nuove rotte assicurative e finanziarie meno dipendenti dal dollaro. Ogni sanzione aggirata non è solo un incidente di percorso per l’Occidente: è un pezzo di sovranità economica che si sposta.

Per l’Italia, Paese che vive di mare e di logistica, questa trasformazione non è astratta. Se l’India consolida il proprio ruolo come hub energetico e manifatturiero del Sud Globale, i porti italiani possono diventare una delle porte privilegiate di ingresso di queste merci verso l’Europa centrale, oppure scivolare in una posizione marginale, aggirata da scelte infrastrutturali alternative. In mezzo ci sono i corridoi TEN-T, i terminal container, le banchine per i prodotti energetici, le ZES e le nuove ZLS.

Il Messaggero Marittimo sostiene da tempo che il Mediterraneo non è un semplice lago periferico dell’economia globale, ma il teatro dove si vede – prima che altrove – il riassetto del potere mondiale. L’asse Mosca–Nuova Delhi, così come Putin lo descrive, conferma questa intuizione: mentre l’Europa litiga su regole di bilancio e quote di bilancio militare, altri costruiscono filiere integrate che legano energia, industria bellica, portualità, logistica, finanza.

Il punto non è scegliere tra Russia e Stati Uniti, tra BRICS e G7. Il punto, per un Paese come l’Italia, è dotarsi di una strategia lucida che riconosca l’esistenza di più piani di gioco contemporanei, e usi la propria posizione geografica – e le proprie competenze marittime – per sedersi a più tavoli, senza complessi di inferiorità. Chi resta fermo, in questa fase, non è neutrale: è in ritardo.

La domanda che l’intervista di Putin pone all’Europa è semplice: vogliamo continuare a raccontarci che il G7 è il centro del mondo, o vogliamo capire cosa succede lungo le banchine di Mumbai, lungo i terminal del Golfo, lungo i corridoi ferroviari che collegano il Pireo al cuore della Germania? “Fatti e Potere” continuerà a osservare la scena partendo sempre da lì: dai porti, dai cavi, dai tubi, dalle navi. È in quei punti che il nuovo ordine mondiale, nel bene e nel male, diventa realtà.

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Tags: Economia, Editoriali, Geopolitica, Politica

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