Dopo il rapporto della Corte dei Conti Ue su costi e ritardi, l’ex sottosegretario ai Trasporti punta il dito contro proteste, incertezze politiche e mancanza di visione strategica
TORINO – I ritardi nella realizzazione della linea ad alta velocità Torino-Lione non sono solo un problema infrastrutturale, ma una delle cause profonde della bassa crescita economica italiana. Ne è convinto Bartolomeo ‘Mino’ Giachino, già sottosegretario ai Trasporti, storico presidente Saimare e oggi dirigente Udc, che commenta con toni duri i dati certificati dalla Corte dei Conti europea: costi aumentati del 127% rispetto alle stime iniziali e un cronoprogramma ormai slittato di quasi vent’anni, con inaugurazione ipotizzata non prima del 2033.
Per Giachino, parlare di semplici ritardi significa sottovalutare la portata del problema. “I ritardi – sostiene – sono alla base della stagnazione economica degli ultimi anni. Le opere pubbliche non realizzate, a partire dalla Tav, hanno prodotto danni strutturali allo sviluppo del Paese”. Un giudizio che affonda le radici nella storia: nel XIX secolo, ricorda, il traforo del Frejus fu costruito in 13 anni e completato persino in anticipo, grazie a una forte consapevolezza politica della necessità di aprire l’Italia all’Europa per colmare il divario economico con le grandi potenze industriali. Secondo l’ex sottosegretario, la stessa consapevolezza guidò le scelte del secondo dopoguerra. Il boom economico degli anni Cinquanta, sottolinea, non fu un “miracolo”, ma il risultato di politiche industriali e infrastrutturali mirate, nate anche da un’indagine parlamentare sulla povertà che rese evidente l’urgenza di creare occupazione e crescita. Una visione che, a suo giudizio, si è progressivamente persa negli ultimi quindici anni.

Nel mirino finiscono sia le proteste No Tav, con gli attacchi ai cantieri, sia le responsabilità politiche. Giachino parla apertamente di colpe istituzionali, ricordando gli stop e le incertezze dei governi che, tra giallo-verde e giallo-rosso, bloccarono o rallentarono l’opera per circa quattro anni. “Decisioni gravissime – afferma – di cui oggi paghiamo il conto”.
Il tema, però, va oltre la singola infrastruttura. La Torino-Lione è un tassello fondamentale del Corridoio Mediterraneo e della rete transeuropea dei trasporti (Ten-T), il cui completamento entro il 2030 è stato ormai giudicato “impossibile” dalla stessa Corte dei Conti Ue. Un fallimento che penalizza in modo particolare l’Italia, attraversata da quattro corridoi strategici nella Pianura Padana, destinati a rafforzare il ruolo dei porti nazionali. Con una rete ferroviaria europea efficiente, sostiene Giachino, le merci provenienti dall’Estremo Oriente potrebbero sbarcare nei porti italiani anziché in quelli del Nord Europa, accorciando le rotte marittime, riducendo le emissioni delle navi e trasferendo il traffico su rotaia. Il risultato sarebbe meno Tir sulle strade, meno inquinamento e meno incidenti. “È un interesse nazionale ed europeo – ribadisce – che continuiamo a rinviare a nostro danno”.
A rendere il quadro ancora più grave, secondo l’ex sottosegretario, è il silenzio che circonda il tema. Politica e informazione, afferma, evitano un argomento considerato scomodo, nonostante il Parlamento abbia dichiarato la Tav opera di interesse nazionale. Un silenzio che contrasta con la mobilitazione di una parte significativa del Paese, come dimostrato dalla manifestazione dei 40 mila a Torino nel novembre 2018, a sostegno dello sviluppo e contro la logica della decrescita.
Il messaggio finale è netto: senza una crescita di almeno due punti di Pil l’anno, l’Italia non riuscirà a ridurre un debito pubblico da 3.000 miliardi né il peso dei circa 90 miliardi di interessi annui, risorse sottratte a sanità, scuola, ricerca e occupazione. “Chi rallenta queste opere – conclude Giachino – danneggia l’economia e il lavoro. Io continuerò a battermi finché la Tav non sarà realizzata. È una questione di coscienza e di futuro del Paese”.
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