Xi Jinping e la “Nuova Governance” cinese in passerella

“Dalla tribuna di Tian’anmen alle rotte del Mediterraneo: nell’editoriale Fatti e Potere il Messaggero Marittimo analizza la nuova governance cinese.”

cepim

LIVORNO – Il 3 settembre Pechino si  è trasformata in palcoscenico globale. L’80° anniversario della vittoria sul Giappone diventa per Xi Jinping il pretesto per lanciare un messaggio politico di portata storica: la Cina non è più una potenza emergente, ma l’architetto di un ordine alternativo a quello occidentale. La parata militare in piazza Tian’anmen è stata la più grande mai organizzata dalla Repubblica Popolare: missili ipersonici, droni subacquei, sistemi di difesa modernizzati, oltre a centinaia di migliaia di uomini schierati. Ma non è la forza bruta a fare notizia. È il parterre politico che Xi ha radunato, un mosaico di leader che rappresenta la mappa dei nuovi equilibri globali.

Accanto a Xi siederà Vladimir Putin, ospite d’onore e partner strategico. Con lui, Kim Jong Un, che dalla Corea del Nord porta in dote un triangolo di deterrenza capace di mettere in allarme Washington e Tokyo. A completare la triade dei protagonisti c’è Masoud Pezeshkian, presidente dell’Iran, la cui presenza sottolinea la saldatura tra Medio Oriente e Asia orientale nel segno dell’energia e dell’anti-occidentalismo. Miguel Díaz-Canel, leader cubano, ricorda al mondo che la Cina mantiene il piede anche nelle Americhe, giocando la carta del socialismo internazionale come suggestione politica.

Non mancano i generali del Myanmar, sostenuti da Pechino in cambio di accesso diretto al Golfo del Bengala, mentre dall’Asia centrale arriveranno i presidenti di Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan e Turkmenistan, a comporre l’ossatura terrestre della Belt and Road. Gasdotti, oleodotti, ferrovie: dietro i sorrisi e le foto di rito c’è l’infrastruttura che alimenta la dipendenza dei paesi vicini da Pechino.

Dal Sud-Est asiatico la Cina ha convocato Prabowo Subianto, presidente dell’Indonesia, e Anwar Ibrahim, premier malese: i custodi degli stretti di Malacca e Sunda, i colli di bottiglia della globalizzazione marittima. A questi si aggiungono i leader di Laos, Cambogia e Maldive, paesi piccoli ma cruciali per la presenza cinese nell’Oceano Indiano. L’Africa non resta fuori: Denis Sassou Nguesso dal Congo ed Emmerson Mnangagwa dallo Zimbabwe testimoniano la centralità delle risorse minerarie e delle infrastrutture africane per Pechino.

Particolare attenzione merita l’Europa balcanica. La presenza del presidente serbo Aleksandar Vučić e del premier slovacco Robert Fico indica la capacità della Cina di infilarsi nelle crepe dell’Unione Europea. Ma il colpo di scena è la contemporanea presenza di Ilham Aliyev (Azerbaigian) e Nikol Pashinyan (Armenia), rivali storici riuniti sotto la stessa tribuna: Xi si accredita come arbitro di un conflitto che né Mosca né Washington sono riuscite a disinnescare.

Secondo Reuters e AP, la scelta degli ospiti non risponde a logiche protocollari, ma a una strategia precisa: radunare intorno alla Cina leader sanzionati, isolati o marginalizzati dall’Occidente. È la costruzione di un club alternativo, una “lega dei revisionisti” che non teme più l’ostracismo occidentale. Il Guardian lo definisce “Axis of Upheaval”, asse del cambiamento: un’alleanza più pericolosa di quanto appaia, perché non fondata su ideologie comuni, ma su interessi pratici, infrastrutture, energia, logistica.

Dietro la spettacolarità delle immagini si muove anche una dinamica interna. Il Washington Post ha rivelato la portata della purga che Xi ha imposto ai vertici militari: circa 45 generali e dirigenti dell’industria della difesa epurati negli ultimi due anni. La parata è quindi anche un messaggio domestico: l’Esercito Popolare di Liberazione è leale, rinnovato e allineato al pensiero del leader.

Ma è sul piano internazionale che si misurerà l’impatto di questo evento. L’Europa non figura, se non ai margini. Nessun leader di rilievo occidentale ha accettato l’invito. Una scelta che sottolinea la distanza crescente tra due mondi: da un lato quello della governance cinese, che si propone come garante delle rotte e dei corridoi energetici del Sud Globale; dall’altro un’Europa che rischia di trasformarsi in spettatrice di un teatro in cui non recita più nessuna battuta.

Sul versante indiano, il quadro è più ambiguo. L’India non compare tra i protagonisti, ma il silenzio non equivale a esclusione. Xi mantiene aperti spiragli, consapevole che la politica americana – con le sue oscillazioni tra Indo-Pacifico e Atlantico – spinge New Delhi a un difficile equilibrio. L’assenza dell’India è al tempo stesso un messaggio e un invito: restare fuori dalla tribuna non significa rinunciare a un futuro dialogo, soprattutto se Washington non saprà garantire stabilità nelle sue scelte strategiche.

Per i porti mediterranei – italiani in testa – il segnale è forte. La Cina non guarda al Mediterraneo come cuore strategico, ma come appendice funzionale: un anello di transito tra il Mar Rosso e i mercati europei. La centralità del Mediterraneo è dunque messa in discussione proprio dalla passerella di Pechino, dove si scrive un ordine mondiale che non considera più l’Italia un attore imprescindibile, ma un nodo tra gli altri.

visione del messaggeroLa lettura del Messaggero Marittimo

La domanda che ci poniamo è semplice e scomoda: quanto a lungo l’Europa potrà illudersi di restare centrale se a Pechino il Mediterraneo viene trattato come un corridoio secondario? Xi Jinping lo sa bene: il potere non si misura con le parole ma con le rotte, i porti e le catene di approvvigionamento.

La parata non è solo propaganda, è una lezione di governance geopolitica. Xi ha radunato paesi che l’Occidente considera marginali, trasformandoli in protagonisti di una nuova mappa globale. È un gesto sagace: se a Bruxelles si continua a parlare di valori, a Pechino si parla di infrastrutture. Chi porta gas, oleodotti, miniere e porti ha diritto a una sedia. Chi non ha nulla da offrire resta in platea.

E allora, dove sta la legittimazione geopolitica? Non nei comunicati dell’UE, ma nella capacità di Pechino di mettere insieme leader sanzionati e trasformarli in alleati utili. È un’operazione di realpolitik pura: offrire protezione diplomatica in cambio di accesso a risorse e corridoi. L’Europa qui non c’è, e il vuoto è visibile.

La riscrittura della storia è la seconda leva. Xi utilizza l’anniversario della vittoria sul Giappone per proporre una memoria alternativa: Cina e Russia non come comparse, ma come veri vincitori della guerra. È una mossa intelligente, perché sposta il baricentro simbolico della legittimità globale. Se l’Occidente celebra il D-Day, Pechino celebra la sua guerra patriottica. E lo fa davanti a un pubblico che di quelle narrazioni ha bisogno per sentirsi parte di un ordine diverso.

Il terzo pilastro è logistico-energetico. Ogni ospite porta un pezzo di infrastruttura: dai gasdotti centroasiatici alle miniere africane, dagli stretti del Sud-Est asiatico alle basi insulari dell’Oceano Indiano. È la geografia che diventa politica. La Belt and Road non è più un progetto, ma una realtà fisica fatta di acciaio, cemento e debito. E ogni presenza a Pechino è la prova che la mappa cinese prende corpo.

Infine, il consolidamento interno ed esterno. La purga dei generali non è una nota di colore, è il sigillo della disciplina interna. All’esterno, la parata manda un messaggio al mondo: la Cina è affidabile, coerente e forte. Ma la vera domanda è: chi avrà il coraggio di sfidare questa narrativa? Washington è distratta, l’Europa è divisa, l’India resta cauta ma non chiusa. Per Xi, questa ambiguità è una risorsa: aprire spazi di dialogo con New Delhi, approfittando delle incertezze americane, significa sottrarre agli Stati Uniti il partner che dovrebbe bilanciare l’ascesa cinese.

E allora, l’Italia? Vuole restare spettatrice o diventare attore? Può permettersi di essere semplice punto di transito tra Suez e Rotterdam, o deve ambire a essere piattaforma autonoma nel Mediterraneo? I porti di Trieste, Genova, Livorno hanno la possibilità di trasformarsi in hub alternativi, ma serve una politica industriale e marittima che non vediamo all’orizzonte. La Darsena Europa e i corridoi TEN-T dovrebbero essere la risposta naturale, eppure restano ostaggio di ritardi e resistenze locali.

Il Messaggero Marittimo lo dice senza giri di parole: la governance globale si sta scrivendo altrove. Pechino orchestra, Mosca accompagna, Teheran scandisce i tempi. L’India osserva, pronta a muoversi se l’America continuerà a vacillare. E noi? Ci limitiamo ad ascoltare la musica o proviamo a suonare? La passerella di Xi non è un rito folklorico: è la cartina di tornasole della marginalità europea. L’Italia, se vuole contare, deve cominciare a porre domande scomode: chi difende le nostre rotte? Chi investe nei nostri porti? Chi garantisce che il Mediterraneo non diventi una strada secondaria?

Se non ci poniamo ora queste domande, rischiamo di trovarci tra pochi anni con una verità amara: la nuova governance mondiale sarà stata decisa senza di noi, tra i droni di Pechino, gli oleodotti di Astana e i corridoi che attraversano l’Europa senza passare per i nostri porti.

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Tags: Economia, Editoriali, Geopolitica, Politica

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